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Il processo

Investita e uccisa: la sua morte resta senza colpevoli – La storia di Polina e di una madre che chiede giustizia

di Enrico Carta
Investita e uccisa: la sua morte resta senza colpevoli – La storia di Polina e di una madre che chiede giustizia

La 24enne era stata travolta da un’auto, respinto il ricorso della Procura: confermata l’assoluzione per l’unico imputato

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Macomer La morte di Polina Cherednik resterà senza un colpevole. A otto anni dall’investimento costato la vita alla ventiquattrenne di origine russa, la vicenda giudiziaria segna un altro passaggio decisivo: la Corte d’Appello ha dichiarato inammissibile l’impugnazione presentata dalla procura, confermando così l’assoluzione del macomerese Antonio Michele Larobina, imputato per omicidio colposo. È una decisione che avvicina la conclusione definitiva del procedimento e che, per la madre della giovane, Larisa Cherednik, riapre il dolore di una tragedia iniziata la notte del 16 marzo 2018 in viale Nenni. La decisione dei giudici di secondo grado non cambia quindi il corso del procedimento.  La Corte d’appello non ha disposto nuove audizioni, non ha assunto ulteriori prove e non ha ammesso eventuali audizioni di testimoni, respingendo l’appello del pubblico ministero. Per la madre della vittima la pronuncia delle scorse settimane rischia di trasformare definitivamente in una dolorosa certezza quello che teme da anni: la morte della figlia rimarrà senza un responsabile accertato dalla giustizia.

La festa e poi la tragedia

Il 16 marzo del 2018 Polina Cherednik si trovava a Macomer per partecipare a una festa insieme al fidanzato. Durante il viaggio di rientro tra i due scoppiò una discussione e la giovane decise di scendere dall’auto. Secondo le ricostruzioni, la ragazza si trovava sul marciapiede di viale Nenni quando venne travolta da un veicolo. Per l’accusa sarebbe stato il Suv guidato da Antonio Michele Larobina. Nel processo celebrato davanti al tribunale di Oristano, il pubblico ministero Andrea Chelo aveva chiesto la condanna dell’imputato a tre anni di reclusione. L’esito del dibattimento cambiò però radicalmente quando la difesa, rappresentata dall’avvocata Rossella Oppo, sollevò una questione procedurale destinata a smantellare l’intero impianto accusatorio: quando furono effettuati gli accertamenti medico-legali sul corpo della giovane, Antonio Michele Larobina era già formalmente indagato e avrebbe quindi dovuto essere informato per poter partecipare agli atti irripetibili attraverso propri consulenti. Quella comunicazione non arrivò. La giudice Serena Corrias dichiarò perciò inutilizzabili gli accertamenti, compresa l’autopsia per cui agli atti processuali non è indicato nemmeno il motivo che portò al decesso della giovane. Venuto meno quel materiale probatorio che chiariva che era stata investita, la ricostruzione dell’accusa risultò insufficiente per sostenere una condanna e a dicembre 2023 arrivò l’assoluzione. La procura non voleva però far cadere il caso e aveva deciso di impugnare la prima sentenza. L’appello dichiarato inammissibile conferma invece la prima decisione avvicinando la conclusione della vicenda giudiziaria. Perché la sentenza diventi definitiva occorrerà però attendere altri passaggi, primo fra tutti il deposito delle motivazioni. Da quel momento decorreranno i termini per un eventuale ricorso in Cassazione. Se non dovesse essere presentata alcuna ulteriore impugnazione, il procedimento penale si chiuderà entro sessanta giorni a far data dalla pubblicazione delle motivazioni.

La battaglia della madre

Per Larisa Cherednik la vicenda giudiziaria non è però soltanto una questione processuale. Da anni la donna continua a chiedere una risposta sulla morte della figlia e a convivere con il dolore di una verità per forza incompleta. C’è anche un altro aspetto concreto che dipende dalla chiusura del procedimento. La famiglia, assistita in tutti questi anni dall’avvocato Simone Giua, attende infatti di poter accedere al Fondo di garanzia per le vittime della strada, previsto nei casi in cui il responsabile dell’incidente non venga individuato. Finché la sentenza non sarà passata in giudicato, il percorso per ottenere il risarcimento resta bloccato. Se la Procura deciderà di non ricorrere in Cassazione, una volta depositate le motivazioni della sentenza d’appello e trascorsi i termini previsti dalla legge, l’iter potrà essere notevolmente accelerato. In caso contrario sarà necessario attendere anche il pronunciamento della Suprema Corte. Nel frattempo resta aperta la ferita di una madre che non avrà le risposte che attendeva nelle aule di giustizia.

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