Palau Uccisa con tre colpi di pistola in pieno viso, trascinata lontano dal posto del delitto seminuda e sanguinante, e nascosta a piedi di un albero dove è rimasta per dodici giorni, ricoperta di terra e rovi. A quattordici mesi dall’ omicidio di Cinzia Pinna, si aprirà martedì prossimo, 10 novembre, in Corte d’assise, a Sassari, il processo a Emanuele Ragnedda, imprenditore 42enne di Arzachena. Dal 24 settembre 2025 si trova rinchiuso nel carcere di Bancali dopo aver confessato l’omicidio e accompagnato gli inquirenti nel punto in cui aveva seppellito il cadavere della 33enne di Castelsardo. Era successo il mattino del 12 settembre, nella tenuta di Conca Entosa, nelle campagne di Palau. Un delitto che ha scosso profondamente la Gallura e tutta l’isola.
Omicidio volontario
Emanuele Ragnedda, difeso dagli avvocati Luca Montella e Gabriele Satta, è accusato di omicidio volontario aggravato dall’aver agito per motivi abietti, motivi futili, dall’aver adoperato sevizie e crudeltà alla persona, aver occultato il cadavere di Cinzia Pinna, oltre che di calunnia nei confronti di un amico e cessione di droga. I familiari della vittima si sono costituiti parte civile con gli avvocati Antonella e Nino Cuccureddu. Già depositate le liste dei testi delle parti. Tra gli altri testimoni, i legali di parte civile hanno citato alcuni volontari che parteciparono alle ricerche di Cinzia Pinna, inizialmente data per scomparsa, mentre poi si scoprì che era stata già uccisa, e che ebbero contatti con Ragnedda. L’imprenditore, nel tentativo di depistare le indagini, si era unito al gruppo di ricerca. Tra testi del pubblico ministero, il padre di Cinzia Pinna, che presentò denuncia di scomparsa, facendo partire le indagini, ma anche i genitori di Ragnedda. Tra i testi indicati dalla difesa ci sarebbero alcuni rappresentanti delle forze dell’ordine che hanno conosciuto e frequentato l’imprenditore di Arzachena.
Uccisa e nascosta
Di Cinzia Pinna si erano perse le tracce la notte dell’11 settembre. La famiglia aveva lanciato appelli sui social e la macchina delle ricerche si era messa in moto. Ma quando tutti la cercavano, lei era già morta. Uccisa dall’uomo che quella notte l’aveva fatta salire sulla sua Jeep Compass mentre camminava barcollante in una via del paese e l’aveva portata a casa sua, nella tenuta di Conca Entosa. Dopo una notte di alcol e droga, le aveva puntato la pistola in faccia, e aveva sparato. Tre proiettili le avevano sfigurato il viso: solo uno, quello allo zigomo fuoriuscito dalla testa, è stato mortale. Il suo assassino, aveva portato il suo corpo insanguinato lontano dalla casa. Lo aveva nascosto tra i cespugli in un tratto incolto dell’immensa distesa di vigneti e piante, e lì, ricoperto dai rovi, era rimasto per 12 giorni, fino a quando aveva deciso di dire verità agli inquirenti che lo braccavano. «L’ho uccisa io». Era il 24 settembre. Quel giorno, Ragnedda, dopo aver tentato una fuga in mare, aveva confessato il delitto della 33enne di Castelsardo, accompagnando lui stesso magistrati e carabinieri nel punto in cui aveva nascosto il cadavere.
Accusa e difesa
Dopo aver confessato il delitto, Emanuele Ragnedda era stato nuovamente interrogato in carcere dai pm. «Lei mi ha aggredito», aveva detto. Lui ha sempre sostenuto di essersi difeso, di aver reagito a un’aggressione della ragazza che gli aveva puntato un coltello ferendolo alla bocca. Una versione che ha ribadito anche nella lettera che ha scritto recentemente dal carcere. Ma per la pm Noemi Mancini, titolare delle indagini, l’aggressione di cui parla Ragnedda non è avvenuta, è stato un mero pretesto per sfogare la sua violenza «e volontà di sopraffazione e annientamento nei confronti della vittima». L’imprenditore, come si legge nel capo d’imputazione, avrebbe agito abusando delle condizioni di debolezza in cui versava la giovane (che non conosceva), già nel momento in cui l’aveva vista per strada barcollante, intorno alle 4 del mattino, e l’aveva fatta salire in macchina, e insieme avevano raggiunto Conca Entosa. Qui, avevano bevuto e fatto uso di cocaina (almeno due strisce a testa). Secondo la ricostruzione degli inquirenti, Ragnedda aveva sparato tre colpi di pistola a breve distanza, dall’alto verso il basso, sul volto di Cinzia Pinna mentre lei era seduta su un divano, «peraltro già inoffensiva per aver assunto alcol e droga». Il suo corpo era stato trovato privo di indumenti dalla vita in giù. Era scalza e seminuda, con indosso solo una canotta e reggiseno, con i pantaloni poggiati sul corpo. Mai ritrovati i suoi telefoni e il suo zaino.