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L’isola degli sciamani: dalla guaritrice Minnìa al caso di Nuchis, così i sardi curano le ferite e scacciano il malocchio

di Francesco Zizi
L’isola degli sciamani: dalla guaritrice Minnìa al caso di Nuchis, così i sardi curano le ferite e scacciano il malocchio

Le secolari tradizioni sono sopravvissute anche all’Inquisizione della Chiesa cattolica

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In alcuni paesi della Sardegna nessuno ti chiede se ci credi o no. Guardano la pelle, valutano l’ustione o la ferita e decidono se possono fare qualcosa. Se la risposta è no, ti dirottano verso strutture ufficiali e specializzate, se la risposta è positiva, cominciano a mescolare oli essenziali ed erbe raccolte in campagna. Senza promesse e senza soldi.

Nell’isola è un’usanza che non si professa medicina alternativa, e che nei secoli è sopravvissuta anche all’Inquisizione della Chiesa. Chiamarli guaritori però è inevitabile, perché ciò che accade in questi luoghi non è considerato magia o esoterismo, ma non è nemmeno scienza nel senso moderno del termine. 

Il caso Nuchis

Uno degli epicentri di questo fenomeno antichissimo si trova in Gallura, a Nuchis. La ricetta di zia Caterina Bulciolu, deceduta qualche hanno fa è un miscuglio di erbe, tramandato di generazione in generazione all’interno della famiglia. Nel paese, fino a poco tempo fa arrivavano da tutto il mondo per curare ustioni o con gravi lesioni cutanee. Ora l’antica ricetta è in mano alla nipote di zia Caterina. 
Ma quello di Nuchis non è un caso isolato. In Gallura operano almeno altre due famiglie con ricette analoghe, a Monti e a Buddusò. Proprio a Buddusò la famiglia Maureddu ha brevettato una crema composta per il 90% da estratti vegetali, oggi utilizzata in strutture pubbliche come il reparto di dermatologia dell’ospedale di Cagliari, l’ospedale Civile di Sassari e il centro grandi ustionati di Genova.

Un’antica arte

Da questi piccoli paesi arrivano pazienti da tutto il mondo, spesso inviati dagli stessi medici quando la medicina ufficiale non ha soluzioni pronte. Ma il rapporto è corrisposto: quando la guaritrice sa di non poter intervenire, indirizza senza esitazioni agli ospedali. Secondo la tradizione nessun compenso viene mai richiesto, è chi si cura che ringrazia con doni e cibo, gesti di riconoscenza. Una “deontologia” antichissima.

Il trattamento delle cicatrici

Il trattamento delle cicatrici è uno di quelli più antichi ed è anche quello che colpisce di più l’immaginazione. Secondo una delle principali “protocolli tradizionali” un primo unguento “riapre” la ferita, un secondo la richiude e ne favorisce la scomparsa definitiva. Questo rimedio, secondo i racconti tramandati oralmente, deriverebbe da un’antica pratica dei ladri di bestiame, che cancellavano con le erbe i marchi a fuoco dagli animali rubati

I numeri dei guaritori

In Sardegna – numeri di qualche anno fa – sarebbero intorno ai 40 i “guaritori specializzati” in ustioni e problemi della pelle. Non sono medici, ma conoscitori profondi delle piante e delle loro combinazioni. In alcuni casi alle cure si accompagnano le brebus, parole segrete tramandate in famiglia, a metà tra formule ancestrali e scongiuri, frasi – secondo la leggenda – capaci di guarire malattie o preservare gli uomini dai malefici e dai fastidi.

La medicina dell’occhio

Accanto agli unguenti vive la medicina dell’occhio (s’ogu malu), uno dei rituali più diffusi dell’isola. Acqua, sale o olio, preghiere sussurrate e procedimenti precisi dettano una pratica che mira a sciogliere un’energia negativa spesso involontaria, legata all’invidia, e lanciata da altre persone. Anche qui valgono principi ferrei: gratuità, trasmissione da anziano a giovane e ritualità.

Medicina ufficiale e Chiesa

La medicina ufficiale ha a lungo guardato con sospetto questi saperi, salvo poi riconoscerne l’efficacia in casi molto specifici, come dimostra l’uso clinico di alcune creme derivate da ricette tradizionali. La Chiesa, pur avendo storicamente osteggiato le pratiche magico–rituali, considerando spesso i guaritori come “streghe” da mettere al rogo, ha spesso tollerato ciò che si muoveva sul confine tra fede popolare, tradizione e preghiera contro il maligno.

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