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Giacomo Mameli: «La sfida industriale, De Michelis, l’incontro con Gorbachov, i talk con Floris». Il partito sardo? «Una delusione»

di Paolo Ardovino
Giacomo Mameli: «La sfida industriale, De Michelis, l’incontro con Gorbachov, i talk con Floris». Il partito sardo? «Una delusione»

Reduce dal successo del romanzo “Pedrito”, il giornalista di Perdasdefogu si racconta: dall’isola alla Farnesina, alla politica di oggi

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Giornalista, scrittore («di storie di gente che non ha voce») e organizzatore di festival letterari («il primo a Urbino, nel 1967, portai sul palco Giuseppe Ungaretti, mezzo cieco»).

La descrizione è certamente la più sintetica e incompleta possibile per Giacomo Mameli, 85 anni a marzo. Legatissimo alla sua Perdasdefogu («ho la casa in campagna nello stesso punto dove mio nonno aveva l'ovile») e dettagliato in ogni risposta. Se può, detta a memoria date, nomi e cognomi – fa anche lo spelling –, cariche, avvenimenti. Se non può, va a controllare e poco dopo manda una mail con le precisazioni.

Mameli, parte sempre da Perdasdefogu. Dov’è nato, dove vive, dove dirige “SetteSere SettePiazze SetteLibri”. Da qui sono cominciate molte storie.

«Le racconto com’è nata una storia, poi diventata uno spettacolo teatrale con oltre 150 repliche (“Storia di un uomo magro” con Paolo Floris, ndr). Giocando a pallone in piazza San Pietro, dove ora c’è il murale di Gigi Riva, c’erano quattro vecchietti seduti in un angolo, e parlavano su chi era stato il più eroe nella seconda guerra mondiale, mostravano le ferite. Uno, zio Vittorio Palmas, detto “cazzai”, fa: “Ma stai zitto che io sono vivo per due chili”, in sardo ovviamente. Lo dice mentre raccoglievo il pallone che era finito vicino a loro. Indovina?».

Gli ha chiesto di raccontargli tutto?

«La sera, andai a casa sua. Prigioniero dei tedeschi, come tanti altri Imi (internati militari italiani) era passato anche da campi di concentramento, tra cui a Bergen-Belsen. Lì c’era una regola: a chi pesava meno di 35 chili non si dava da mangiare manco una patata, era considerata sprecata ormai. Una mattina zio Vittorio sale sulla bilancia e, frase sua, “segna 37”. Non sapevo niente della seconda guerra mondiale, ho studiato dai Salesiani e si arrivava al 1815. Da lì intervistai altri ex soldati di Perdasdefogu e nacque “La ghianda è una ciliegia”.

La classifica di qualità di “La lettura” ha assegnato al suo ultimo libro, “Pedrito” (Il Maestrale), lo stesso punteggio di Ken Follett e Vargas Llosa.

«Ho quasi avuto un colpo, sono dovuto andare dal cardiologo (ride)».

Anche qui un tuffo nella storia per raccontare l’emigrato Pietro Demontis in Venezuela. Come ci è arrivato?

«Quando è tornato, faceva il calzolaio a Perdasdefogu. Un giorno vado a portargli le scarpe di mia madre e mia sorella da risuolare e sento che mentre lavora ascolta “Simon Bolivar” degli Inti Illimani».

Un altro incontro casuale e fortunato, non trova?

«Mi faccio raccontare la sua vita in Venezuela. L’arrivo fu quasi tragico: diviene amico di altri “zapateros” e con uno di loro viene arrestato mentre vanno a comprare le sigarette. Finiscono in un camion con otto esponenti di “acción democrática”, contrari alla dittatura di Marcos Pérez Jiménez. Rimane due giorni in un campo di concentramento. Da lì ho ricostruito una storia poi bella».

Caracas è il centro della geopolitica, oggi. Cosa pensa delle notizie che leggiamo su Trump e il Venezuela?

«Oggi il Venezuela rappresenta un dramma mondiale, la libertà di stampa è messa in grande difficoltà. Guardiamo Trump che fa licenziare i giornalisti delle tv che non parlano bene di lui: la situazione sudamericana è quella che è, ma la presenza degli Stati Uniti non mi dà garanzie che torni maggiore libertà, anzi. Siamo contenti per la liberazione di Alberto Trentini, in appendice alla prima edizione di “Pedrito” scrivevo: mi auguro che quando questo libro arriverà negli scaffali, lui sia già libero. Ma che ne sarà della libertà di domani?».

Altro salto nel tempo: dal 1990 al 1992 lei ha fatto da portavoce al ministro degli esteri, era Gianni De Michelis. Com’è accaduto?

«Gli anni in cui ho imparato di più, quelli del Trattato di Maastricht. Conoscevo De Michelis come ministro delle Partecipazioni statali, mi occupavo come giornalista di economia, difendevo la chimica a Porto Torres, Ottana, Macchiareddu, infatti mi sento un industrialista non pentito, ma questa è un’altra storia...».

Le sue posizioni piacevano a De Michelis quindi.

«Voleva un giornalista non socialista. Io ero stato segretario del movimento giovanile sardista, ovviamente sono un uomo di sinistra – e voto “no” al referendum. Ho accettato a patto che da portavoce non fossi retribuito dal partito socialista. In quel periodo ho girato il mondo».

Gli incontri che ancora ricorda del periodo alla Farnesina?

«Con Gorbachov ed Eltsin al Cremlino. Gorbachov lo avevo già conosciuto al funerale di Berlinguer a Roma in realtà, lo intervistai e parlò, testuale, di “alta statura ideologica” di Berlinguer. Con Norodom Sihanouk a Phnom Penh in Cambogia, con l’opposizione in Angola, e le missioni in Vietnam, Nigeria e Africa mediterranea. Ho incontrato Bush senior, che a De Michelis riconosceva “strong leadership in Europe”. Lui? Diciamo che, fuori dalla carica di ministro, faceva quel che voleva. Eravamo diversi, mi chiamava, scherzando, “sporco salesiano”. Erano anni con leader di altissimo livello».

Spesso è ospite ai talk di “DiMartedì” da Giovanni Floris su la7, avverte molta differenza con i politici di oggi?

«Ci sono le eccezioni, ma la qualità della classe politica di oggi è decisamente inferiore. Sia a sinistra che a destra. C’è tanta approssimazione sui problemi».

E i problemi della Sardegna?

«Sono quelli, gravissimi, dell’Italia, che non ha un piano industriale. E poi c’è il dramma dell’istruzione. Questa giunta sul dimensionamento scolastico non si è adeguata come le altre. La scuola va rafforzata».

Si dichiara industrialista non pentito, mi dice cosa intende?

«La petrolchimica è stata il fattore scatenante della modernizzazione dell’isola. Prima era una regione agro-silvo-pastorale e mercantile solo a Sassari e a Cagliari».

Poi però quell’industria ha fallito.

«Hanno fallito i dirigenti industriali che non sapevano utilizzarla, è diverso. Non riuscivamo a produrre un bicchiere di plastica dalle nostre industrie, solo a lavorare la benzina. Sappiamo sfruttare internet? Il Crs4 è stata un’innovazione, ma oggi cosa abbiamo saputo sviluppare? Ha fallito la politica, e ci metto la grande delusione del partito sardo d’azione».

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