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Demo Mura: «Ho iniziato con Raffaella Carrà e Mike, che bel ricordo la carica di Sassari nella sfida delle regioni»

di Paolo Ardovino
Demo Mura: «Ho iniziato con Raffaella Carrà e Mike, che bel ricordo la carica di Sassari nella sfida delle regioni»

Dal palco al dietro le quinte, il comico e conduttore si racconta: le imitazioni, la tv, i complimenti di Agnelli e la passione per Checco Zalone

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Il rammarico più grande è dover fare sintesi e non poter citare tutti gli aneddoti e le imitazioni che Demo Mura infila una dietro l’altra. Quella di Paolo Villaggio è fantastica. E doppia: riesce a rifare la voce tale e quale sia quando è il Villaggio giovane dei tempi di “Quelli della domenica”, sia quello burbero delle ultime comparsate tv. «Scrissi qualche pezzo per lui, lo usò nelle interviste».

Demo Mura, cagliaritano («ma mio padre era di Berchiddeddu»), è comico, conduttore, autore – e appassionato chef – che ha attraversato lustri importanti del piccolo schermo in Italia, tra Mediaset e Rai. Un volto e una voce confortanti, di chi per tutta la vita ha avuto licenza di entrare nelle case degli italiani, ossessionato dallo stare «sempre lontano dalla volgarità». Altro rammarico: non riuscire ad appuntare in tempo tutte le battute che incastra tra una risposta e l’altra.

Da Roma si è spostato a Milano, a cosa sta lavorando?

«Mi sto divertendo molto con “Scarpini e scarpetta”, è una rubrica social nei canali del ristorante “Botinero” di Javier Zanetti. Con Marco Galbiati mettiamo insieme sketch che abbinano il cibo al calcio. Poi con la Gp eventi di Giancleofe Puddu, modenese di chiarissime origini sarde, stiamo registrando un programma per Discovery, “I love foodball”. Insieme a Mitch dj».

Riavvolgiamo il nastro, la sua prima esperienza televisiva è nel 1988 come comico del “Raffaella Carrà show”?

«In realtà l’anno prima, alla “Fabbrica dei sogni”. Era una gara tra regioni e io rappresentavo la Sardegna. Ecco, a questo ci tengo, ricordo che Sassari mi diede una carica enorme nonostante fossi cagliaritano, perché in quel momento ero in gara a nome di tutta l’isola».

E con la Carrà?

«Iniziai come comico, sono diventato suo autore, l’ho seguita anche in Spagna. Ho conosciuto tantissime persone, idem per Mike Bongiorno».

Le piaceva dare vita alla costruzione dei programmi tv?

«Nel giro di un anno arrivai a fare l’autore per “Domenica In”, “Telemike” e “Leonardo”. Avevo 26 anni, la carriera d’autore mi ha dato molto ma mi anche ostacolato».

In che senso?

«C’erano pochi autori battutisti, lavoravo come un pazzo e non era facile avere spazio per la vita privata».

Un’altra tappa fu nel 1992 con il programma Rai “Servizio a domicilio” con Giancarlo Magalli.

«Sì, andavamo in onda ogni giorno, lì è nata un’accoppiata pazzesca. Era una conduzione alla pari, è stato l’anno più divertente. Perché c’era goliardia, complicità, ci guardavamo con la coda dell’occhio e già capivamo tutto l’uno dell’altro».

Fino al 2000 si divide tra conduzione e tanto lavoro autoriale, per chi scriveva?

«Tanti, penso a Gigi Sabani ma soprattutto a Gianfranco D’Angelo, che poi è diventato mio suocero. Ricordo i suoi monologhi. Poi ci sono delle mie battute che in qualche modo sono rimaste. Ricordo un complimento dell’avvocato Gianni Agnelli che disse (imita la sua voce, ndr): “La sua battuta è stata geniale ed educata”».

Qual era?

«Era il periodo di Tangentopoli, dissi “Gli uomini della Fiat in carcere li riconosceranno per la classe, perché mettono sempre le manette sopra i polsini”».

La comicità di oggi le piace?

«C’è un grande problema, che con i social se dici o scrivi una battuta, viene subito presa da qualcuno. Poi gli sketch del passato rimangono, era una comicità strutturata, oggi deve funzionare in dieci secondi. E sui social c’è tanta volgarità, non mi piace. Uno come Angelo duro è bravo, un po’ monocorde e dopo cinque minuti capisci dove va a parare, però ha trovato una strada che funziona».

E Checco Zalone?

«Numero uno in assoluto. Possono dire quel che vogliono ma ha cura e attenzione, e uno come Gennaro Nunziante che gli fa da metronomo. Ma Zalone sa fare tutto, sa cantare, recitare, ballare».

E invece se pensa alla televisione di oggi?

«Stefano De Martino mi piace, è leggero, guascone, mai volgare, strizza l’occhio a tutti, ogni tanto anche a se stesso».

Da poco è stato nell’isola, ha condotto le serate del Capodanno di Alghero.

«Con l’amministrazione comunale ci siamo conosciuti a una convention che ho condotto. A me non frega niente della politica, sia chiaro, ma ho trovato una macchina organizzativa che ha lavorato proprio bene per la città, insieme alla Fondazione Alghero. Ho scritto a posta lo spettacolo sugli anni ’80 prima della serata di Raf, poi in quella del 31 varie imitazioni, Vasco, Morandi, Sinner, Mattarella e Benigni fino a dopo il brindisi di mezzanotte e l’arrivo di Gabry Ponte».

E adesso?

«Sto lavorando a una produzione teatrale, “La vita vista dal guinzaglio”, siamo convinti quando abbiamo un cane di fargli fare le cose che vogliamo noi, invece è il contrario. Siamo io e Andrea Roncato (lo imita)».

È uguale.

«Amo le voci, sto lavorando anche a un Trump che parla e poi viene tradotto (lo imita)».

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