La Nuova Sardegna

Intervista completa

Achille Polonara: «Innamorato di Sassari, ho scelto di tornare qui: è la terapia migliore» – VIDEO

di Andrea Sini
Achille Polonara: «Innamorato di Sassari, ho scelto di tornare qui: è la terapia migliore» – VIDEO

Il cestista della Dinamo in redazione alla Nuova Sardegna: dalla lotta contro la leucemia al ritorno alla vita

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Sassari «Ho scelto di tornare a Sassari perché ho un forte legame con questo posto e quando ne ho parlato con mia moglie è stato tutto facile: anche lei è stata benissimo qui, sa che amo Sassari e che quindi per me questa è la cura giusta».

Achille Polonara non ha bisogno di ambientarsi, da queste parti. Tuta della Dinamo, sorriso rassicurante, tanta voglia di ripartire. Il campione marchigiano è tornato a vivere insieme alla sua famiglia nella città nella quale ha giocato per due stagioni, tra il 2017 e il 2019, per completare il percorso di recupero dopo avere superato un linfoma, un trapianto di midollo osseo e una trombosi venosa per la quale è stato in coma per 10 giorni.


Bentornato, Achille.
«Grazie. Per me è un piacere essere di nuovo qui. Non vedevo l’ora di venire, soprattutto dopo questi mesi abbastanza impegnativi. Quando ho comunicato ai medici di Bologna la mia intenzione di trasferirmi, visto che la situazione si sta evolvendo positivamente mi hanno detto che stare in un posto in cui sono stato bene sarebbe stata una cosa positiva».

La Dinamo le ha riservato un posto, caso mai...
«Quella proposta è stata ciò di cui avevo bisogno. Se non fosse arrivata la proposta della Dinamo sono certo che avrei smesso di giocare quest’anno. Non volevo più sentir parlare di basket, non avrei mai ripreso e non avrei accettato nessun’altra offerta. Poi un po’ per scherzo e un po’ per davvero si è avverata questa cosa».

Lei ha giocato in biancoblù per un periodo tutto sommato limitato, appena due stagioni. Da dove nasce questo legame così forte con Sassari?
«Questa è stata la mia seconda casa a tutti gli effetti. Sarò sempre riconoscente a Pozzecco e Sardara perché quando a stagione iniziata mi arrivò la proposta da una squadra di Eurolega, il Baskonia, mi diedero libertà di scelta. Avevo 29 anni, non era scontato che questo treno potesse ripassare e loro mi diedero la possibilità di salirci. Poche squadre e pochi dirigenti avrebbero ragionato in questo modo. E così mi sono legato ancora di più a questa realtà, a questo popolo e queste persone».

Sembra passato un secolo.
«Sono state due stagioni abbastanza diverse. Nella prima non ci siamo qualificati per i playoff ma si è comunque creato un bel legame. Nella seconda, con l’arrivo di Gianmarco Pozzecco, abbiamo fatto quella incredibile cavalcata con 23 vittorie consecutive, la conquista della Fiba Europe Cup e la finale scudetto. Purtroppo abbiamo perso all’ultima curva ma la città ci ha sempre supportati. Ricordo piazza d’Italia strapiena di gente il giorno dopo la sconfitta in gara7 contro Venezia. Tutti a congratularsi, perché avevano visto qualcosa di particolare in quel gruppo. Ma qui ho legato con molte persone e ho tantissime amicizie anche fuori dal basket».

Insomma, è tornato per tante ragioni, compreso il basket.
«Anche i medici mi hanno dato via libera: riavvicinarmi al gruppo, riassaporare l’aria dello spogliatoio, nonostante ancora non possa far parte del gruppo a tutti gli effetti, è qualcosa che può farmi bene».

E dire che lei era arrivato a Sassari quasi da “nemico”, dopo i trascorsi da avversario nella finale scudetto del 2015.
«Ero più giovane, più pazzo, più immaturo. Molte persone non erano felicissime del mio arrivo e lo capisco, perché in campo non sono mai stato mister simpatia. Però è il mio modo di essere. Poi quando la gente mi conosce un po’ meglio magari si ricrede. A Sassari è successo così. E mi fa piacere, perché spesso l’apparenza inganna. Sono entrato subito in sintonia con la città all’epoca, ma dopo queste vicissitudini, negli ultimi mesi ho ricevuto tantissimo affetto e davvero non vedevo l’ora di venire».

Già prima della malattia, il suo atteggiamento era cambiato.
«Prima mi lasciavo andare di più perché sono uno molto emotivo. Spesso e volentieri le tifoserie avversarie non lo apprezzano molto. Però onestamente non mi ha mai pesato: si dice sempre che vengono fischiati i giocatori migliori, non chi sta in panchina o si vede poco in campo. Insomma, ne ho sempre fatto un punto di forza, era una cosa che mi galvanizzava. Ma in questi ultimi due anni tante persone mi hanno conosciuto meglio attraverso le interviste e magari sono state colpite in positivo dal mio modo di essere. Oltre che dalla sfortuna che ho avuto, ovviamente».

Il mondo del basket in effetti le è stato vicino in maniera trasversale.
«Sì, sia le mie ex squadre che le avversarie. E tantissime persone mi hanno scritto. Non è stato possibile rispondere a tutti, ci ho provato ma erano veramente tanti. Però ho capito che molte persone mi vogliono bene e tutto questo mi ha dato la forza per andare avanti e continuare a vedere le cose con fiducia».

In questi mesi, tra interviste e dichiarazioni pubbliche, non si è mai negato. Fa parte del suo modo di reagire?
«Tante persone mi hanno chiesto: ma come fai a parlarne pubblicamente della tua malattia? Già con il problema di due anni fa (un tumore al testicolo, ndr) qualcuno mi ha detto: potevi dire di aver fatto un altro tipo di intervento. Ma poi bene o male le persone vengono a sapere quello che hai. Non ho mai voluto nascondere nulla, non è una cosa di cui mi vergogno».


E sin dall’inizio ha fatto la scelta di raccontare tutto in prima persona.
«Quando stavo alla Virtus mi hanno detto: rispettiamo le tue volontà, se vuoi dire che dovrai sottoporti a un intervento, senza specificare quale, staremo alla tua scelta. Ma io ho sempre scelto la strada della condivisione e della chiarezza».

Si è messo alcuni obiettivi: ha parlato di rincorsa al rientro in campo per marzo. È questo il prossimo step?
«Verso il 20 febbraio dovrò fare un ulteriore piccolo intervento al cuore. È stato trovato un forettino e, visto ciò che ho già avuto, i medici mi hanno detto che è meglio chiuderlo. Si tratta di una cosa abbastanza comune, ma dato che sono uno sportivo, e dato che ho avuto questi problemi gravi, è meglio fare questo piccolo intervento. Rispetto alle cose che ho passato si tratta di una scemenza. E una volta fatto questo, se tutto va bene potrei avere di nuovo l’idoneità agonistica e dunque quello è il mio prossimo obiettivo. E nel giro di un mesetto potrei tornare agli allenamenti di squadra».

I suoi due figli cosa hanno capito di tutto questo cataclisma che ha travolto la loro famiglia?
«Vitoria ha 5 anni, è una femmina e quindi è bella sveglia. Ultimamente ha iniziato a capire che ho rischiato grosso. Il piccolo (Achille junior, ndr) ne ha solo 3. Sono stati molto tempo lontano da noi. I miei suoceri sono stati bravissimi a lasciarli fuori da tutte queste vicende e a tenerli impegnati in altro. Non è stato facile e non lo è neanche adesso spiegare perché ogni tanto devo prendere un aereo e andare a Bologna per una visita. A mia moglie, che è stata di più a casa con loro e con mia suocera, è toccato trovare le parole per spiegare le mie lunge assenze. E non dev’essere stato facile».

Sua moglie Erika l’ha seguita passo passo in questi mesi. Ha condiviso con la scelta di tornare in Sardegna?
«Anche lei, come me ha apprezzato molto il gesto di Sardara. Stefano è l’unica persona che mi ha dato la possibilità di sentirmi ancora un giocatore e qui è la persona più importante per me, dopo la mia famiglia. Le altre proposte che erano spuntate erano diverse e non prevedevano la possibilità di tornare in campo. Erika comunque era stata qua con me per due anni, aveva allacciato amicizie. E sa benissimo che io amo Sassari e quindi ha capito che questa per me sarebbe stata la cura giusta».

La presenza di due figli piccoli è stata una motivazione per spingerla a reagire o in certi momenti è stata un’ulteriore fonte di preoccupazioni e brutti pensieri?
«Inizialmente è stata una spinta: quando mi hanno comunicato questa cosa ero talmente giù che ho pensato di non poter riuscire a combattere nuovamente, per un problema molto più grave di quello che avevo già avuto. Proprio grazie alla presenza dei bambini ho avuto la forza di andare avanti e non mi sono demoralizzato. Poi a volte arrivava il senso di preoccupazione: pensi che possano perdere il papà così presto, che possano dover crescere senza un padre. E intanto si innescano altri meccanismi mentali. Andavano a scuola a Battipaglia e all’uscita c’erano sempre i nonni, mai il papà. Insomma, una serie di cose che non hanno facilitato il percorso, almeno dal punto di vista del morale. Ma anche questo è passato».

Nell’intervista alle Iene ha detto di avere tanta rabbia addosso. Come spiega questo sentimento?
«Ogni giorno mi chiedo perché ogni volta a me. Sino a due anni fa non avevo mai avuto il minimo problema di salute, mai subito un intervento. Mentre conosco persone che ogni due tre anni si sono dovute operare per qualcosa. Poi tutto in un colpo, uno dopo l’altro ho avuto questi due gravi problemi. Purtroppo sono cose che non possiamo controllare, puoi farti mille domande ma alla fine non ci sarà mai una risposta».

Se guardiamo bene, anche la sua carriera è stata a lungo una rincorsa: a uno scudetto che non arrivava, alla consacrazione.
«Avevo questo limite: arrivavo in finale e non riuscivo a vincere. Mi è successo con Reggio Emilia, poi con la Dinamo. Durante il lockdown ero in Spagna e quello è stato l’unico campionato europeo che non è stato interrotto definitivamente: per fortuna, perché poi l’abbiamo vinto. Insomma, la ruota gira e non va sempre tutto storto».

Anche perché poi di titoli ne ha collezionati diversi, Italia compresa.
«Sì, ma non è stato mai facile. Quando sono arrivato al Baskonia ero un perfetto sconosciuto. Alla conferenza stampa di presentazione non c’era quasi nessuno, non avevo vinto nulla, avevo 29 anni, arrivavo dal quarto-quinto campionato in Europa. E inizialmente non giocavo. In quei frangenti, una settimana sì e una no guardavo su internet i biglietti del traghetto per tornare a Sassari. Dopo ogni partita in cui non giocavo andavo a vedere quello. Sapevo che Sassari mi avrebbe ripreso volentieri, e non avevo altro pensiero in testa. Poi il mio procuratore mi ha suggerito di pazientare. E per fortuna le cose si sono sistemate, ho iniziato a trovare il mio spazio e sono stato bene».

Festeggiò il primo titolo correndo da solo su una gradinata deserta. Dove andrà a correre appena si lascerà alle spalle questo percorso?
«Non ci ho pensato, ma c’è una cosa alla quale devo assolutamente dedicarmi: mia moglie in questi mesi è stata molto paziente e molto vicina. E io purtroppo non lo sono stato con lei. Sono stato intrattabile e lei è stata la mia ancora di salvezza. Sapevo che fosse una donna forte, ma non così tanto».

Dove la porterà al mare?
«Per mangiare al Lazzaretto. Per fare il bagno alla Pelosa».

Da qui al ritorno in campo, cosa le manca effettivamente?
«Sicuramente la forma fisica è indispensabile. Sono fermo da maggio e anche se ancora non ho iniziato a correre mi rendo conto che la mia resistenza è pochissima. Farò una gran fatica a tornare in forma. Qualsiasi altro fondamentale è secondario, non sono preoccupato per esempio del feeling col canestro: gioco a basket da trent’anni e quando starò bene fisicamente quel feeling tornerà in automatico».

La notte le capita di sognare?
«Durante il coma era come se fossi morto. Ricordo solo la voce di mia moglie. So che sono venute a trovarmi tante persone ma l’ho saputo soltanto successivamente, non ho proprio ricordi. Solo la voce di lei. E per ora non ho mai fatto nessun sogno. Oggi l’unico sogno che faccio a occhi aperti è stare più lontano possibile dagli ospedali».

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