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Luca Tramatzu, nuova stella della comicità sarda: «Seguivo casi come Quirra, ora rido su tutto per sopravvivere»

di Caterina Cossu
Luca Tramatzu, nuova stella della comicità sarda: «Seguivo casi come Quirra, ora rido su tutto per sopravvivere»

L’intervista dissacrante al comico di Carbonia che spopola nel mondo della stand up

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«Dite la verità, avete chiamato me perché avevate finito le persone da intervistare. Ma poi, non è vero che parlo male della Nuova Sardegna, in fondo vi capisco, anche io volevo fare il giornalista. E invece…». La Mia Sardegna di Luca Tramatzu è dissacrante come la sua comicità, fatta di battute su quello che la gente non vuole dire o si vergogna a scherzarci su. Lui non lo fa. Chi ha visto i suoi spettacoli dal vivo o i suoi video che ormai impazzano su Instagram o su TikTok lo sa bene.

Qual è il tema principe del suo repertorio?

«Non per vantarmi, ma un mio consiglio sul sesso. Sono perseguitato da un pezzo di 12 minuti in cui raccomando da uomo a uomo alcuni comportamenti su cui sarebbe meglio migliorare sotto le lenzuola. Beh, mi perseguita, su ore e ore di altri contenuti che ho tirato fuori sui social, quello è sempre il più cliccato e commentato. Me lo spiego solo con una grande emergenza sociale sommersa, che prima o poi andrebbe affrontata».

Dietro alla comicità dissacrante di Luca Tramatzu c’è in realtà un grande pensiero filosofico, ovvero saper ridere delle disgrazie. Quelle che toccano ognuno di noi e ci accomunano come esseri umani. Come si fa a trovare questa chiave?

«È uno dei meccanismi classici della stand up comedy. Tutto è partito però dalla vita reale, quando scrivevo le notizie. E siccome mi sono sempre piaciute le cose leggere, mi occupavo di cronaca o reportage, come quello sull’educazione degli zapatisti in Messico, o sulle basi militari a Quirra. Mi intristiva enormemente tutto quello che scrivevo e le alleggerivo con una narrazione rimaneggiata. Eh, poi ho scoperto che quello era un altro mestiere».

Dieci anni fa l’esperienza e gli studi al Tac di Torino, poi i primi spettacoli, la notorietà esplosa sui social. Ora è al suo quinto monologo e terzo tour, partito con l’appuntamento zero tutto esaurito al Grazia Deledda di Paulilatino sabato scorso, ma già sold-out in molte città d’Italia. Come si sente?

«Sono molto felice. La mia chiave comica è stata il mio modo di sopravvivere anche ai miei dolori. Portarli sul palco mi è sembrato completamente naturale e riuscire a vivere del mio lavoro di comedian, è stato per me un aiuto psicologico enorme. Molti si vergognano ancora oggi di parlare di malattie mentali o disagi, io invece lo esplicito, ed è un tema di cui mi piace parlare, come la sessualità o gli handicap».

Lo spettacolo infatti si intitola Buginu, accezione sarda di demone o bestia, lei invece l’ha inteso come il demone dentro di noi. La comicità è dunque il migliore degli esorcismi?

«Bisogna tirare fuori, in tutti i sensi: ci sarebbero meno tabù, meno problemi, meno violenza. Una persona che ha bisogno di aiuto dovrebbe poterlo chiedere, invece in questa società non è possibile. Vuoi per le sovrastrutture mentali, vuoi perché davvero la difficoltà di accesso alle cure mediche sono muri a volte insormontabili».

Non per tornare al suo leit motiv, ma un’ovazione l’ha ricevuta anche in chiusura a Paulilatino, quando ha chiesto a uno spettatore di nominare l’amica della fidanzata che avrebbe infilato nel ménage, e lui ha seguito il gioco nominando subito una a caso tra le sorelle. Come si instaura questo rapporto col pubblico?

«Quello è uno di quei momenti per cui si fa questo lavoro, accadono una tantum e sono una goduria. Di mio posso dire che la stand up non si improvvisa, c’è studio e lavoro da maniaci dietro, su contenuti te e tecnicismi come i tempi e i ritmi. Io sono tanto amato quanto odiato, la vivo bene perché poi me ne frego e non cambio una virgola di quello che voglio dire al microfono».

Come sta la stand up sarda?

«Vive un momento felice, ci sono diversi nomi brillanti, il punto però è che però in Sardegna non ci sono le possibilità di stare frequentemente sul palco, e quell’esercizio cambia tutto. Un comico emergente che sta in una grande città può spostarsi con pochi euro in treno, e fare più serate in più posti, mettendosi alla prova. La stand up comedian cresce solo se la si pratica».

Durante lo spettacolo ha coinvolto più volte la sua fidanzata dal pubblico, è emersa una dimensione di coppia giocosa, ma anche tanto sostegno familiare. Quanto sono importanti per lei gli affetti?

«Con Francesca stiamo assieme da 8 anni, ci capita che molti ci chiedano come facciamo a essere “ancora” così innamorati, io resto interdetto. Forse il segreto è che siamo affetti dallo stesso livello di rincoglionimento. E poi ho passato subito l’esame con suo padre, che una volta è venuto a vedere un mio spettacolo e ha vinto tutto perché più ci andavo pensante più lui rideva forte. Mamma invece mi segue su Tik Tok».

Quando ha mollato definitivamente i lavori “tradizionali” per fare il comico due anni fa, che effetto le ha fatto?

«Per me è meglio trovare la propria dimensione che ritagliarsi un quadratino della dimensione di un altro. Io sono arrivato a un punto in cui non riuscivo ad andare avanti, stavo malissimo e ho deciso di rischiare per stare bene. Ed è andata. È stato un bel riscatto personale, anche se fossi rimasto a fare piccole serate con cachet più modesti, mi sarebbe bastato camparci. In un mercato di forte espansione come la stand up, dove tutti vogliono arrivare in televisione dove si sgomita, io mi sono detto che “da grande” avrei voluto fare il comico. Cioè dopo un percorso, con la consapevolezza di farlo per essere felice. Lascio agli altri la voglia di farlo per diventare famosi. Per me è più importante rimanere me stesso».

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