Roberta Bruzzone: «Uomini narcisisti e manipolatori, al primo segnale bisogna scappare»
La criminologa delinea l’identikit del possibile femminicida. «I maschi devono accettare che una storia possa finire, attenzione ad app e geolocalizzazioni»
Aggressioni brutali e pestaggi. Ma anche uccisioni di coetanei o dei propri famigliari, pure con premeditazione. O ancora, gravi episodi di controllo, stalking e, nei casi più gravi, di femminicidio. I numeri parlano soprattutto di violenza maschile verso le donne, ma in generale sono sempre di più gli episodi di efferatezza di cui i giovani sono artefici. Episodi che documentano il profondo senso di inadeguatezza che quei giovani si trovano a vivere. Ma non solo, testimoniano anche la loro rabbia che si combina con un’esagerata considerazione di sé, fino a sfociare nel narcisismo, vero e proprio disturbo della personalità, con margini di intervento e cura troppo rigidi. Lo sa bene Roberta Bruzzone, psicologa forense e criminologa investigativa che di casi di cronaca nera di questo tipo ne ha trattati tanti e che, per questo, cerca di portare avanti iniziative di sensibilizzazione e prevenzione. Tra gli strumenti che utilizza, oltre al teatro o agli incontri nelle scuole, la letteratura. Nel suo ultimo libro, “L’epoca della rabbia. Ragazzi che uccidono all’ombra di narciso” tocca proprio queste tematiche attraverso la ricostruzione del percorso psicologico che ha portato a quei gravi scenari, spiegando anche il contesto familiare ed educativo all’interno dei quali gli adolescenti hanno mosso i loro passi. Bruzzone spiega che a mancare, nella vita di questi giovani, sono figure di adulti di cui fidarsi e a cui affidarsi. Adulti che non sono maturati e che alimentano dinamiche disfunzionali all’interno delle loro famiglie, con conseguenze pesanti sui figli. Tra i casi più emblematici, al livello nazionale, la criminologa cita il duplice omicidio di Lecce ad opera di Antonio De Marco, mentre, nell’ambito regionale, richiama alla memoria il caso di Manuel Piredda. A proposito di cronaca locale, poi, Bruzzone era intervenuta anche sul caso che più di recente ha scosso l’isola, il femminicidio di Cinzia Pinna per mano di Emanuele Ragnedda ad Arzachena. «Ragnedda è dominato da narcisismo e da un senso di onnipotenza», aveva detto individuando anche in quel caso un disturbo della personalità. Un fatto gravissimo, dopo il quale la criminologa è stata invitata a parlare proprio ai giovani della cittadina. Ed è anche entrata nel merito del caso di Manuel Piredda, che nel 2011 sfigurò la moglie Valentina Pitzalis nel tentativo di ucciderla incendiando la casa. Bruzzone, inoltre, in passato ha fatto da consulente anche per l’avvocato del fratello di Francesca Deidda, sparita da San Sperate e poi trovata morta. Ad ucciderla era stato il marito Igor Sollai.
Il titolo del libro indica due fenomeni: la violenza sta segnando un’epoca e il disturbo narcisistico è sempre più evidente.
«L’aumento della violenza ormai è un dato reale, non è una percezione ed è la conseguenza ben precisa della sinergia malevola tra l’incapacità dei giovani di gestire la rabbia e il disturbo narcisistico. Un disturbo che nelle relazioni si traduce in manipolazione».
Nel caso di quelle affettive, per esempio, c’è un preciso campanello d’allarme.
«Il controllo è il primo segnale, si manifesta subito e spesso è travestito da cura. Geolocalizzazione, richiesta di fare una videochiamata o applicazioni che servono a controllare la posizione sono alcuni esempi, e a quel punto bisogna scappare».
Il manipolatore ha consapevolezza di quello che fa?
«Assolutamente sì, ne ha piena contezza. Non c’è nessuna attenuante, questi soggetti sono perfettamente consapevoli di quello che stanno facendo e hanno chiaro lo scopo da raggiungere».
“Voi vi fidate degli adulti che avete intorno? Tutte le volte che non riuscite a manifestare un momento di crisi, paura o inadeguatezza, purtroppo l’adulto vi sta lasciando in situazioni potenzialmente pericolose”. Questo discorso lo ha fatto da poco agli studenti di Arzachena.
«Sì, perché tra le cause alla base dello scoppio della violenza giovanile spesso c’è una genitorialità troppo permissiva oppure la presenza di adulti troppo immaturi, che spesso si traducono nell’assenza di punti di riferimento. Oggi la maggior parte degli adulti e dei genitori sono “bambini adulti”, come dico sempre, cioè cresciuti solo fisicamente. Sono persone che portano alla produzione di dinamiche disfunzionali all’interno delle famiglie con conseguenze serie sui ragazzi».
Senza un adulto a cui affidarsi i giovani dove cercano aiuto?
«Succede che i giovani finiscono per confrontarsi e confidarsi con l’intelligenza artificiale. È un fenomeno sempre più diffuso: in mancanza di un adulto di riferimento i ragazzi e le ragazze si rivolgono ai chat bot per cercare conforto. Possiamo capire chiaramente quanto questo sia pericoloso. Ce lo abbiamo sotto gli occhi».
Relativamente alle soluzioni, quali contromisure si possono prendere?
«La strada è in salita. Adesso è davvero complicato, ci sono alcune condizioni che possono essere affrontate, mentre altre no. La patologia, per definizione, consente dei movimenti d’azione molto ridotti perché ha dei margini veramente molto rigidi. Purtroppo, spesso, non c’è la preparazione adeguata nemmeno tra i professionisti nell’affrontare i disturbi della personalità. Non è confortante, ma è la realtà».
Tra i casi emblematici ce n’è qualcuno che spicca su tutti a livello nazionale?
«Ce ne sono veramente tanti, a centinaia, ma un episodio gravissimo è stato quello di Lecce, quando Antonio De Marco – 23enne – uccise accoltellandoli Daniele De Santis e la compagna Eleonora Manta, una coppia di fidanzati. Lì c’erano tutti gli elementi: è entrato in campo un narcisista vulnerabile e invidioso».
Sempre ad Arzachena, con il suo giovane pubblico di studenti, aveva affrontato anche il tema dell’accettazione della fine di una storia.
«È importante che capiscano molto bene – soprattutto i maschi, visto che i numeri parlano soprattutto della loro violenza nei confronti delle donne – che è perfettamente normale che una storia finisca. Quando un amico racconta di piani di vendetta è necessario coinvolgere gli adulti».
Sulla questione del rifiuto c’è stato un caso emblematico proprio qui in Sardegna.
«Esatto, il caso di Manuel Piredda è esemplare per quanto riguarda soggetti con problematiche psichiatriche molto gravi e incapaci di gestire la rabbia e il rifiuto».
Tornando all’ambito della prevenzione, nel suo libro prova a dare degli strumenti anche agli adulti.
«Quelle pagine vogliono essere anche un modo per sostenere i genitori nel loro difficile compito di educatori. In ogni singola storia c’è un monito utile per provare a decifrare la psiche dei giovani di oggi, per evitare che certi fatti si ripetano».

