Virginia Pishbin, medico sardo con il cuore in Iran: «Soffro per il mio popolo, rischia di essere distrutto»
Il ricordo del padre: «Ha lottato da sempre per la libertà del suo paese. Scappò dal regime, vorrei portare lì le sue spoglie»
«Alle 7.50 ho letto il messaggio di un amico: “Accidenti, sorella, hanno colpito l’Iran”. In quel momento ho sentito un misto di angoscia e di rabbia. Angoscia per un popolo che rischia di essere schiacciato ancora una volta, rabbia perché questo punto di non ritorno è stato costruito dal regime stesso. Ho pensato subito ai civili, a chi è già stato colpito dall’interno e ora teme di esserlo anche dall’esterno». La notizia dell’attacco di Stati Uniti e Israele all’Iran per Virginia Pishbin non è un fatto geopolitico distante. È una scossa che attraversa la sua storia personale e familiare. Quarantaquattro anni, nata e cresciuta a Sassari, dirigente medico al laboratorio analisi dell’ospedale San Francesco di Nuoro, Virginia ha ereditato dal padre un legame mai interrotto con la terra lasciata alle spalle e con la lotta contro il regime. Un racconto fatto di legami, di ideali, di impegno diretto.
Qual è stata la sua prima reazione quando ha saputo dell’attacco?
«Ho sentito rabbia perché tutto questo è la conseguenza delle scelte del regime iraniano. Ma soprattutto ho provato angoscia per il popolo. In quest’ultima ondata il regime ha ucciso migliaia di persone. E ora i civili rischiano di subire anche perdite a causa di un attacco esterno. È come se fossero stretti tra due fuochi».
Lei non è mai stata in Iran, eppure ne parla come se fosse una parte di sé. Da dove nasce questa appartenenza?
«Un giovane studente iraniano che ho conosciuto a Napoli mi disse: “Anche se non sei mai stata in Iran, ti muovi in un modo che è atavicamente iraniano”. Io ho capito che quel legame mi viene da mio padre. Lui l’Iran lo ha vissuto a casa nostra. Ha raccontato le sue lotte fin da quando aveva sedici anni. A casa mia si respirava il profumo dell’Iran e della battaglia per liberarlo. Era un patriota vero».
Ci racconti di suo padre.
«Dopo la rivoluzione del 1979, lasciò il Paese. Non tornò più dal 1981, dopo una grande manifestazione che segnò la rottura definitiva con il potere clericale. Rimase in contatto con la resistenza fino all’ultimo giorno della sua vita, nel 2016. Mi diceva che il legame con chi condivide quegli ideali può essere persino più forte di quello di sangue».
Quando ha deciso che quella sarebbe diventata anche la sua battaglia?
«La prima manifestazione importante l’ho vissuta nel 2003 a Washington, accanto a mio padre. Non era lì come padre, ma come compagno di lotta. È stata una grande possibilità come essere umano. Poi, nel 2015, dopo la laurea, ho deciso di dedicare più tempo all’impegno attivo. Ho accompagnato esponenti della resistenza alle Nazioni Unite, a una commissione sullo stato delle donne. Parlavo in nome di chi non ha voce. Mi lasciavo ispirare dai ragazzi e dalle ragazze in carcere che non potevano urlare i loro diritti. È un qualcosa che ancora mi commuove. La scorsa settimana ho guardato le immagini del quarantesimo giorno dopo la morte di un martire della rivoluzione. C’era lo strazio, ma anche una forza incredibile. Bambini che tenevano in alto la foto del padre o della madre. Come se volessero dire: guardate il sacrificio. Mi sono messa a piangere. È qualcosa di potentissimo».
La resistenza è in contatto in queste ore con chi si trova in Iran?
«Il Consiglio Nazionale della Resistenza è in continuo contatto con una rete interna di unità sotterranee. La lotta non si ferma. Continua a colpire i punti nevralgici del potere e a difendere le persone comuni. Sono inarrestabili. Il loro piano è il rovesciamento del regime insieme al popolo». Anche sotto i bombardamenti?
«Sì. Le parole pronunciate dalla presidente eletta della resistenza iraniana Maryam Rajavi sono state da subito un appello ai giovani delle unità di resistenza affinché difendano al massimo i civili. Stanno cercando di proteggere la popolazione e allo stesso tempo continuano a lottare».
Come spiega chi oggi in Iran ha esultato di fronte ai bombardamenti?
«Reza Pahlavi (il figlio dello Scià deposto nel 1979, ndr) ha chiesto più volte un aiuto esterno per arrivare al potere. Chi lo sostiene può essere diviso in diverse categorie: nostalgici del vecchio apparato, attivisti che vogliono il rovesciamento ma senza una linea politica definita, persone che semplicemente non vogliono più il regime. Ma è una falsa alternativa. È inaccettabile che chi ha detenuto il potere economico e ha contribuito a reprimere il popolo possa presentarsi come difensore dei diritti. Il regime iraniano ha spinto affinché fosse riconosciuto Reza Palhavi come leader perché è divisivo non unisce tutto il popolo».
La libertà può arrivare attraverso quella che chiamate “terza opzione”
«Sì. Il rovesciamento deve avvenire per mano del popolo e della resistenza organizzata. È una visione teorizzata ventuno anni fa. Prevede un governo provvisorio di sei mesi per creare le condizioni di un’assemblea costituente. Le parole chiave sono riportare la sovranità al popolo, abolire la legge islamica e la supremazia del leader spirituale. Un Paese democratico basato su dieci punti».
La preoccupa che il punto di rottura possa arrivare attraverso un attacco esterno?
«Il momento di rottura può essere definito solo dall’interno. Io non ho altre certezze. Il rovesciamento deve essere opera del popolo iraniano. Il regime, quando è in crisi, aumenta le esecuzioni capitali. Questo significa che ogni famiglia è collegata a un martire politico. È un popolo che ha sofferto enormemente. Dal 1905, passando per il 1979, fino a oggi. È come una pentola a pressione in continuo fermento».
Il suo sogno ha detto più volte è di andare in Iran come donna libera. «Sì. Il mio sogno era andarci con mio padre. Abbiamo celebrato da poco i dieci anni dalla sua morte. Vorrei portare le sue spoglie in Iran, chiudere il cerchio. Lui ha lottato e ha subito ingiustizie. In Iran avrebbe subito la morte. Altrove ha subito arresti e azioni illegali per la sua battaglia contro il regime. Sarebbe un atto di giustizia e di pace».
Come avrebbe reagito oggi suo padre davanti a questo attacco?
«Avrebbe detto che siamo arrivati a questo punto per tutto il male che il regime ha fatto al suo popolo. Che anche questo attacco è la conseguenza di quelle scelte. Se non avesse portato avanti il piano nucleare smascherato dalla resistenza nel 2002, oggi non saremmo qui. Quello che stiamo vivendo ora è un passaggio storico, per certi versi è come quello che ha vissuto l’Italia al tempo della liberazione dal regime fascista. Proprio ieri ho parlato ad una conferenza organizzata dall’associazione nazionale dei partigiani, la coincidenza della notizia dell’attacco ha avuto un impatto ancora più forte».
In questo momento è più forte la speranza o la preoccupazione?
«La speranza. Non ho mai visto un popolo così unito e con una capacità incredibile di adattamento come quello iraniano. Ogni giorno riesce a trovare dentro di sé la forza di resistere a un regime che annienta soprattutto interiormente, sono ammirevoli. Sono convinta che la strada per la libertà non arriverà dai bombardamenti ma nascerà da chi lotta da 47 anni».

