Missile iraniano sulla Turchia, la Nato potrebbe essere coinvolta nella guerra: come funziona e quando si attiva l’articolo 5
Rimane alto il rischio di una escalation dopo l’attacco verso Ankara
Un vettore balistico - o forse un drone - diretto verso la Turchia è stato intercettato dai sistemi di difesa integrati dell’Alleanza atlantica. L’episodio, maturato nel contesto dell’escalation tra Iran, Stati Uniti e Israele, riporta al centro del dibattito una domanda che in Europa non si sentiva da tempo: quando scatta davvero la difesa collettiva prevista dal Trattato Nato?
La neutralizzazione della minaccia ha evitato conseguenze sul terreno, ma non ha cancellato il peso politico dell’accaduto. Perché Ankara è membro della Nato e ogni attacco contro uno Stato alleato tocca, almeno in teoria, tutti gli altri.
Cosa dice l’Articolo 5
Il riferimento è al famoso articolo 5 del Trattato firmato nel 1949: un’aggressione armata contro uno o più alleati viene considerata un’aggressione contro tutti. Non significa automatismo militare, ma impegno politico e possibilità di risposta collettiva. La formula, diventata quasi un motto – “uno per tutti, tutti per uno” – è il cuore della deterrenza atlantica.
Nel caso turco, tuttavia, la valutazione è ancora in corso. Prima di qualsiasi passo formale occorre stabilire se il lancio fosse intenzionale o frutto di un errore tecnico, di un malfunzionamento o di una deviazione non pianificata.
«Condanniamo gli attacchi dell'Iran contro la Turchia. La Nato è fermamente al fianco di tutti gli alleati, compresa la Turchia, mentre l'Iran continua i suoi attacchi indiscriminati in tutta la regione», ha affermato la portavoce dell'Alleanza Atlantica Allison Hart.
L’articolo 4
In situazioni meno nette, gli alleati ricorrono più spesso all’articolo 4, che prevede consultazioni quando uno Stato membro ritiene minacciata la propria sicurezza. È uno strumento politico, non militare, e consente di condividere informazioni, coordinare le analisi e calibrare la risposta.
È lo scenario più probabile per ora: gestione diplomatica, verifica tecnica e nessuna immediata mobilitazione collettiva. La scelta riflette la volontà di evitare un allargamento automatico del conflitto mediorientale.
Il ruolo delicato della Turchia
La posizione di Ankara è particolarmente complessa. Guidata dal presidente Recep Tayyip Erdogan, la Turchia è un pilastro strategico della Nato sul fianco sud-orientale, con basi e infrastrutture cruciali per il controllo dell’area che va dal Mar Nero al Medio Oriente. Allo stesso tempo mantiene relazioni articolate con attori come Iran e Russia, muovendosi su un crinale diplomatico spesso sottile. Proprio questa ambivalenza rende ogni incidente ancora più sensibile: un attacco deliberato contro la Turchia comporterebbe il rischio concreto di un’escalation che coinvolgerebbe direttamente l’intera Alleanza.
L’unico precedente
Nella storia della Nato, l’articolo 5 è stato attivato una sola volta. Accadde dopo gli attentati dell’11 settembre 2001 contro le Torri gemelle di New York e il Pentagono. Il giorno successivo, il Consiglio Nord Atlantico riconobbe che si trattava di un attacco armato contro gli Stati Uniti e quindi contro tutti gli alleati.
Ne seguì l’operazione militare in Afghanistan, formalmente incardinata nella missione operazione Enduring Freedom, avviata contro il regime talebano che ospitava al-Qaeda. La campagna, durata dal 2001 al 2014, coinvolse decine di Paesi, con un dispiegamento che nel momento di massimo sforzo superò i 100mila militari. Le perdite occidentali furono pesanti: circa 3.500 caduti, di cui 53 italiani.
