Truffa ad Argea per 200mila euro: condannato un imprenditore agricolo
Era finito sotto accusa con i genitori che dovranno scontare la stessa pena
Arzachena Era accusato di aver percepito indebitamente i contributi di Argea per ampliare la sua attività di imprenditore agricolo, lavori che, secondo la Procura di Tempio, non avrebbe mai realizzato, ma anche di aver emesso fatture per operazioni inesistenti e, col concorso dei propri genitori, di aver simulato l’acquisto di un immobile. Una indebita percezione di erogazioni pubbliche di circa 200mila euro. Ieri Daniele Frisciata e i suoi genitori, Sesto Frisciata e Anna Azara, sono stati condannati a un anno di reclusione dai giudici del collegio del tribunale di Tempio, presieduto da Maria Elena Lai. I tre imputati, difesi dall’avvocato Egidio Caredda, sono stati anche condannati a versare ad Argea 54mila euro. Il collegio ha dichiarato prescritti i vari reati contestati agli imputati, eccetto uno – emissione di fatture per operazioni inesistenti per 54mila euro – per il quale sono stati condannati.
La Procura contestava all’imprenditore agricolo di aver utilizzato un atto di compravendita, risultato falso, di una casa che aveva in realtà ricevuto dai genitori per chiedere un finanziamento ad Argea nell’ambito del “Programma di sviluppo rurale 2007/2013” di oltre 500mila euro. Cifra di cui avrebbe intascato come anticipo, 130mila euro. In concorso con i propri genitori, avrebbe simulato l’acquisto dell’immobile per un importo di 516mila euro, ma dopo aver fatto i bonifici, i genitori gli avrebbero restituito i soldi accreditandoli sul conto corrente della sua società. Sempre secondo le accuse, l’imprenditore agricolo avrebbe presentato tre fatture per operazioni inesistenti per la ristrutturazione e l’ampliamento di un fienile e l’acquisto di un trattore. In quel caso, avrebbe intascato da Argea come anticipo oltre 69mila euro. Tutte accuse che il suo difensore ha cercato di smontare durante il processo depositando documentazione valida a dimostrare che le opere erano state effettivamente eseguite e che le operazioni relative al finanziamento ricevuto, erano reali e dunque dimostrabili. «Abbiamo anche dimostrato la correttezza delle scritture e dei libri contabili della società», commenta il difensore. Che annuncia: «Faremo appello». (t.s.)
