Armi, droga e violenze: così il crimine in Sardegna ha cambiato volto
Nell’isola cresce il numero di pistole, fucili e kalashnikov
Sassari Si ammazza meno, ma si ammazza ancora troppo facilmente. I giallisti e gli amanti del crime possono ricamarci trame articolate, ma la verità è che gran parte delle uccisioni è esito di «risse» e «futili motivi», oppure direttamente legata alla scia della droga e degli affari. E si dimostra un’isola piena di armi. Pistole, fucili, carabine e addirittura kalashnikov. La statistica dice che c’è meno violenza di un tempo – ma è un trend nazionale. Meno sangue, meno morti. La criminalità però si muove con strategia.
Sono i traffici di sostanze stupefacenti la traccia da seguire per intercettare la nuova criminalità sarda. Che parte dalle bande organizzate e termina con il disoccupato di paese che in qualche modo deve tirare avanti.
Di tutta l’erba un fascio è una lettura che offre l’ultimo studio dell’osservatorio Oscrim proprio sull’evoluzione della criminalità in Sardegna. Il volume, “A che punto è la notte?” (FrancoAngeli) curato dalla sociologa Antonietta Mazzette, parte proprio dalla pista della droga. Le grandi piantagioni che hanno cambiato i volti dei terreni agricoli sono l’esempio più evidente. «In Sardegna le coltivazioni illegali di cannabis sono diventate il nuovo business, con un elevato costo sociale per le comunità coinvolte – si legge nel primo capitolo del report –: circa il 60 per cento dei comuni, ossia gran parte del territorio regionale». I diretti interessati, nel senso di coloro che finiscono per primi in manette, sono figure che formano ormai un identikit stabile: «I custodi e i manutentori di questa attività illecita sono per lo più noti; sono giovani e adulti maschi che o risultano disoccupati, oppure svolgono un lavoro nei settori legati all’agricoltura e alla pastorizia; talvolta, sono proprietari della terra dove vengono trovate le piante di cannabis. In tutti i casi sono persone che hanno una conoscenza diretta del territorio, anche se le loro basse qualifiche in termini di istruzione e professionalità lavorativa contrastano con le capacità organizzative necessarie soprattutto per stare dentro le reti criminali che organizzano il narcotraffico». La Sardegna produce criminalità, per dirla con Roberto Saviano, che si completa con i mezzi e la rete delle organizzazioni che vengono da fuori. Dal resto d’Italia, dall’Europa e dall’Africa.
Quando si uccide Secondo una tabella dell’Oscrim, elaborata da dati della Commissione parlamentare d’inchiesta del 1972 e poi su dati Istat, gli omicidi sono molti meno rispetto al passato. Dal 1940 al 1949 vennero ammazzate in Sardegna 1.544 persone. Dal 1960 al 1969, 414. Dal 2020 al 2023 si registrano 52 omicidi. È interessante il tasso di omicidi da 2020 a 2024 tra reati totali e popolazione. I tassi più alti sono quelli di Orune (13,83) e Arzana (13,27). Quasi tutti si sono consumati con fucili e pistole.
Tra i moventi, rissa, futili motivi, controversie familiari e motivi economici. «La violenza estrema conserva in Sardegna una propria persistenza strutturale, evidente nelle modalità di esecuzione e nella distribuzione spaziale», scrive lo studioso Daniele Pulino nel capitolo dell’Oscrim dedicato. «Tre aspetti oggi appaiono sempre più rilevanti: 1) la relazione tra la disponibilità delle armi e l’intensità della violenza; 2) la sopravvivenza di specifiche competenze nell’uso della violenza, che prevalgono in specifici contesti territoriali; 3) la ristrutturazione della violenza tra spazi pubblici e privati». Ancora, rimarca come «le armi da fuoco svolgano un ruolo centrale nei casi di omicidio consumato» e sul contesto di riferimento: «le campagne diventano teatro degli omicidi prevalentemente nei casi in cui siano organizzati, pianificati e sorretti da capacità soggettive nell’impiego di armi o altri strumenti letali. A ciò si somma l’esistenza di un’elevata incidenza di autori e vittime impiegati nel settore primario a fronte della fragilità occupazionale ed economica del comparto».
Intimidazioni I regolamenti di conti si misurano in auto bruciate, magazzini dati alle fiamme, minacce attraverso il fuoco. Se finora, è bene dirlo, i fenomeni nell’isola non fanno segnare in generale numeri più alti che in altre regioni del centro e del nord, gli attentati incendiari fanno balzare la Sardegna in alto rispetto alla media nazionale. Secondo l’analisi, i Comuni dove si registrano più casi sono Nuoro, Olbia, Tortolì, Siniscola e Orosei. Gli attentati «non rappresentano episodi eccezionali, ma si configurano come un fatto sociale che continua a ripetersi secondo rituali riconoscibili», dove nell’88% dei casi l’autore resta ignoto, e le comunità accettanno nel silenzio. Un auto bruciata oggi, una domani.
