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Continuità aerea Alghero-Roma: con Aeroitalia si vola su aerei vecchi, scomodi e in ritardo – il racconto

di Luigi Soriga
Continuità aerea  Alghero-Roma: con Aeroitalia si vola su aerei vecchi, scomodi e in ritardo – il racconto

Un passeggero racconta il viaggio in partenza dall’aeroporto Riviera del Corallo

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Alghero Il battesimo della nuova continuità territoriale comincia con un tempo morto: un’ora. Un’ora di ritardo sulla tratta Alghero–Roma operata da Aeroitalia. Sessanta minuti fermi sulla pista. «Dovevamo partire alle 11.10, ma l’aereo è atterrato adesso», si lamenta un passeggero al telefono. Non è un semplice dettaglio tecnico, è un segnale. Il velivolo arriva, scarica, si pulisce, riparte. Sempre lui, sempre lo stesso: una spola.

È il modello minimo della nuova continuità territoriale: ottimizzazione estrema, rotazioni serrate, margine quasi zero. La Regione ha cambiato rotta. Dopo anni di voli garantiti da vettori strutturati come ITA Airways, la gestione è passata a Aeroitalia, compagnia più giovane, più leggera, più aggressiva sui costi. L’obiettivo è chiaro: tariffe calmierate, più sostenibilità economica, meno dipendenza dai grandi vettori. Ma il rovescio della medaglia è altrettanto chiaro: una macchina più snella potrebbe rivelarsi più fragile. Basta un aereo in meno, basta una rotazione stretta, basta un ritardo iniziale e tutto si sposta. È un effetto domino. «E siamo solo ad aprile, figuriamoci cosa può accadere in estate».

Anche l’occhio vuole la sua parte. «L’aereo è anteguerra. È anonimo, bianco, senza neanche le insegne: probabilmente preso a noleggio da qualche compagnia che ricicla aerei di una cinquantina di anni fa». Una volta imbarcati, sembra di entrare in una macchina del tempo: «File da due posti tipo vecchio piper, cappelliere che non tengono i trolley, bagagli spediti in stiva all’ultimo momento». E poi la scena più antica del mondo dell’aviazione: «Non ci credo: ci fanno spostare a destra o a sinistra per bilanciare l’aereo». Una frase che suona come un salto indietro di mezzo secolo, quando volare era ancora una trattativa tra peso e gravità. Alla fine si parte. «Stiamo rollando adesso, un’ora esatta di ritardo». Non è certo un disastro. Ma nel giorno zero diventa un messaggio. Perché la continuità territoriale non è un volo qualsiasi. È una promessa pubblica. È la linea che tiene un’isola dentro il resto del Paese. E quando parte in ritardo, non è solo un aereo che aspetta. È un sistema che mostra le sue fragilità. È un contratto con i cittadini. E ogni ritardo racconta quanto quel contratto regge. Perciò non è quell’aereo. Non è quell’ora di ritardo. È la domanda che resta sospesa sulla pista: quanto è solida, davvero, questa continuità territoriale? Perché qui non si vende un biglietto. Si garantisce un diritto alla mobilità.

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