Fine vita in Sardegna e il caso zero di Vittoria, Marco Cappato: «Silenzio intollerabile, l’Asl viola la legge»
L’attivista dell’Associazioni Luca Coscioni: «Alcuni, davanti ai ritardi, scelgono di andare in Svizzera, ma non dobbiamo permettere che l'esilio sia l'unica via d'uscita»
Sassari Il “caso zero” sardo è ufficialmente aperto. Vittoria Gammone ha 84 anni e una volontà che non ammette repliche: quella di morire con dignità nella sua Sardegna. Una pioniera che chiede l'applicazione di una legge regionale già esistente. Eppure, dopo due mesi di silenzio istituzionale, la sua richiesta di suicidio assistito è diventata un caso politico e legale. Marco Cappato, tesoriere dell'Associazione Luca Coscioni, denuncia il paradosso di un diritto riconosciuto sulla carta ma di uno Stato ancora così impreparato a gestire l'urgenza di chi non può più aspettare.
Due mesi senza una risposta da parte della Asl. Che ne pensa?
«Se la signora ha inviato correttamente la domanda siamo di fronte a una violazione formale e sostanziale. Lo è per la legge regionale sarda e per i principi nazionali stabiliti dalla Corte Costituzionale, che prevedono una risposta celere da parte dell’Asl. La nostra proposta di legge “Liberi Subito”, promossa dall'Associazione Luca Coscioni, prevedeva tempi molto stringenti. Anche se la Corte Costituzionale ha messo in dubbio la possibilità per le Regioni di fissare scadenze così tassative, ha però ribadito il dovere assoluto di rispondere senza ritardi ingiustificati».
La legge regionale sarda è però ancora in vigore nella sua forma originaria, corretto?
«Esattamente. Poiché l’udienza della Corte Costituzionale sul ricorso del Governo contro la Sardegna non si è ancora tenuta, quella legge è pienamente in vigore. C’è dunque una violazione dei termini previsti. Se anche i termini tassativi dovessero cadere in futuro, resterebbe comunque l'obbligo di una risposta celere. Qui stiamo andando ben oltre. La mancanza di una presa in carico formale è intollerabile».
Perché la tempestività è così cruciale in questi casi?
«Perché una richiesta di supporto medico alla morte deve essere trattata quasi come un intervento da pronto soccorso. L’Asl non sa se ha davanti una persona in preda alla disperazione, a rischio di un suicidio violento o in condizioni terribili. Un contatto immediato serve anche per capire se si può intervenire con cure palliative, assistenza o terapie che eliminino le condizioni di dolore che portano alla richiesta. Non stiamo parlando di avere fretta nelle verifiche tecniche, che devono essere rigorose, ma di avere urgenza. L'urgenza di non lasciare sola una persona che, se non trova risposte nelle istituzioni, rischia di dover fare da sé».
Dalla sua esperienza, come vivono queste persone il silenzio delle istituzioni?
«La disperazione della non risposta è gravissima, specialmente quando una persona è sola o non ha gli strumenti culturali ed economici per difendersi, magari non potendo contare su un legale o su un’équipe medica privata. Alcuni, davanti ai ritardi, scelgono di andare in Svizzera, ma non dobbiamo permettere che l'esilio sia l'unica via d'uscita».
Vittoria Gammone appare risoluta, senza alcun tentennamento.
«Non tutte le persone sono così determinate. Quando c'è incertezza, significa che ci sono ancora margini per fare altro. Spesso chi si oppone a noi dice che la richiesta di morire è in realtà una richiesta di aiuto: a volte è vero, ed è lì che bisogna intervenire contro l'abbandono. Ma quello che i nostri avversari non capiscono è che non è per tutti così. Ci sono persone assolutamente serene nella loro determinazione, perché sanno che la loro sofferenza è insopportabile e irreversibile. Imporre loro la nostra volontà attraverso l'ottusità istituzionale è una forma di violenza di cui lo Stato diventa responsabile».
Che consiglio darebbe oggi a Vittoria e a sua figlia?
«Oltre alla totale solidarietà umana, direi che la prima cosa da fare è una diffida formale al Servizio Sanitario della Regione Sardegna affinché adempia immediatamente alla richiesta. È un’azione che possono fare anche attraverso la nostra associazione. Lo abbiamo fatto in molti altri casi: per Federico Carboni ci sono volute due condanne dell'Asl prima che andassero a casa sua a fare le verifiche. Laura Santi ha aspettato due anni e otto mesi. Su 14 persone che hanno ottenuto l'aiuto alla morte volontaria in Italia, la maggior parte è dovuta passare dai tribunali per far valere un proprio diritto».
Siamo nel 2026, eppure la resistenza sembra ancora enorme. Perché?
«È una resistenza burocratica e di ignoranza. Non sono mai stati fatti seminari informativi; ci sono medici che non sanno nemmeno che questo diritto esiste. Se facessimo un sondaggio oggi per strada, la stragrande maggioranza della gente non saprebbe che il suicidio assistito è legale in Italia da sette anni. Le cose cambiano lentamente: nei primi tre anni nessuno lo aveva ottenuto, ora si è aperta una breccia, ma è ancora strettissima e richiede spesso l'attivazione della leva giudiziaria».
Vittoria ha detto chiaramente: “Ho il diritto di ottenere questo nella mia regione, non voglio andare in Svizzera”.
«Questo mi ricorda il caso di Libera, in Toscana. È rimasta in attesa due anni per poterlo fare a casa sua, con la determinazione di chi non vuole andare in esilio. Più che di “disobbedienza civile”, in questi casi parlerei di “obbedienza civile”: obbedire alla propria coscienza e pretendere che lo Stato riconosca un diritto, anche a costo di affrontare sofferenze prolungate pur di non rinunciare alla propria dignità».
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