La storia di Franco, sassarese con il Parkinson: «Voglio essere libero a casa mia, non “prigioniero” in una Rsa»
Il 71enne racconta la vita in una casa di riposo: «Costruite delle abitazione dove anziani e disabili possano vivere serenamente»
Sassari «Sarebbe bello potersi addormentare con la tv o la luce accesa, una volta ogni tanto, senza essere sgridati». Franco ha 71 anni, una vita da campione e un presente segnato dalla malattia. È giovane, alla sua età c’è chi lavora, viaggia, fa sport e forse anche lui lo farebbe, lui che è stato fra i pionieri del culturismo e del sollevamento pesi in Sardegna, oppure, chissà, si godrebbe il giardino nella sua bella casa nel cuore di Sassari.
Ma non può farlo, perché il Parkinson lo ha messo nel mirino e da due mesi vive in una casa di riposo del Sassarese: la mente è lucidissima, ma il corpo è sempre meno in grado di rispondere ai suoi ordini e questo vuol dire che ha bisogno di assistenza continua. Dalla sua stanza, telefona al numero della Nuova Sardegna: «È un posto bellissimo, mi trattano benissimo» mette in chiaro fin da subito. «Ma non è quello il problema...». Comincia così quello che superficialmente si potrebbe definire sfogo, ma che in realtà è un’articolata riflessione sulla solitudine, sul prezzo di una vita dignitosa e sul destino. Non solo quello degli individui, anche quello collettivo di un popolo che nei prossimi anni sarà sempre più vecchio e solo, senza nessuno che possa prendersene cura.
«Non ho figli, non mi sono mai sposato: si occupavano di me mia sorella e suo marito, ma anche loro hanno problemi di salute e, dopo che sono peggiorato abbiamo dovuto cercare questa soluzione» racconta. Il mondo di Franco è crollato alla vigilia di Natale quando, dopo un cambio nel dosaggio di un farmaco, il suo stato di salute si è aggravato improvvisamente. Un mese di ricovero in ospedale e la comunicazione dei medici: «Lei ha bisogno di assistenza continua». Quando è uscito, è andato direttamente nella sua nuova casa. «E però non è proprio la stessa cosa – racconta sconsolato -. Quando ero giovane casa era il luogo dove si nasceva e si moriva, ora basta una caduta o una patologia e ci si ritrova improvvisamente proiettati in una dimensione che non era nei nostri programmi di vita».
Uno sconvolgimento di quel tipo non può lasciare indifferenti: «Chi entra in posti come questo, piange per giorni. Anche se l’impegno degli operatori è ottimo e pian piano ci si affeziona a queste persone, che si prendono cura di noi da tutti i punti di vista. Non nego che faccia bene anche alla salute: da quando sono qui mi hanno imposto un regime alimentare che mi ha rimesso in forma».
C’è sempre qualcosa, però, che resta sospeso, nelle parole di Franco: «Sa, io ho una tartaruga, ha vent’anni... per me è come un cane o un gatto. Ora se ne prende cura mia sorella, ma chi glielo spiega che non l’ho tradita? Che non l’ho abbandonata? L’altro giorno è arrivata una signora, ha lasciato due cani e due gatti: cosa avranno pensato, quando non l’hanno più vista?». E c’è anche un altro argomento, spesso visto come un tabù: qual è il prezzo della dignità? «Io percepisco una pensione di 1.100 euro, poi ho un assegno di invalidità da 440 euro e l’accompagnamento, che invece vale 552 euro. Ecco, tutto questo non basta però per pagare la retta della struttura dove vivo: 65 euro al giorno, più o meno 2mila euro al mese. Ho qualche risparmio da parte, ma quindo li esaurirò cosa dovrei fare? Sarò costretto a vendere casa. Eppure mi sarebbe piaciuto lasciarla in eredità a chi avrei voluto io». Ma questo vuol dire anche non potersi concedere nessun lusso: «Ho qualche soldino da parte, ogni tanto cerco di farmi dei regali. Ma se mi si rompe la dentiera come faccio? Un viaggio da qui a Sassari, con l’ambulanza, mi costa 150 euro: pensi se dovessi affrontare un piano cure dal dentista».
Ma quello di Franco non è solo uno sfogo. «Quando ho letto che hanno approvato la Finanziaria regionale, ho deciso di chiamarvi. Dicono che aumentano i fondi per la Sanità, ma poi noi questi fondi non li vediamo. Per esempio, c’è il progetto Ritornare a casa... ma forse intendono la Casa del signore. Le abitazioni di molti anziani non sono adatte, andarci a vivere è impossibile: ci sono barriere architettoniche, servirebbero dei maniglioni sul muro. Io sono caduto due volte, in un’occasione sono rimasto per due ore in terra, nessuno poteva aiutarmi: sono stato salvato solo per un caso».
E allora, come fare? «Una volta si facevano le case in cooperativa, no? Ecco, io vorrei che la Regione provasse a costruire qualcosa di simile. Realizzare dei complessi residenziali dove noi possiamo vivere in modo più indipendente, essere liberi di lasciare la luce o la tv accesa, non dover spendere tutta la nostra pensione per mantenerci. Se dovessi vendere la mia bella casa a Sassari, me ne prenderei una qui. Siamo in collina, l’aria è buona, siamo in mezzo alla natura. Di giorno, andrei nella struttura. Ma di notte, mi piacerebbe dormire a casa mia, in mezzo alle cose che ho scelto e non in una stanza che sembra quella di un ospedale».
