Farmaci, rischio carenze con la crisi nello Stretto di Hormuz: ecco quali potrebbero mancare
La produzione di molti medicinali dipende dai precursori petrolchimici che arrivano dalle zone direttamente interessate dal conflitto
Roma La possibile chiusura prolungata dello Stretto di Hormuz apre uno scenario critico per l’approvvigionamento di farmaci. Nel giro di pochi mesi potrebbero emergere carenze di medicinali di largo utilizzo, come paracetamolo, antibiotici e antidiabetici, ma anche di farmaci oncologici. La produzione di questi prodotti dipende infatti da precursori petrolchimici provenienti dall’area del Golfo e trasportati attraverso quel passaggio strategico. Il presidente di Farmindustria, Marcello Cattani, sentito dal Corriere della Sera, parla di un contesto già fortemente stressato: la guerra in Iran rappresenta, secondo l’associazione, il terzo choc in quattro anni dopo il conflitto in Ucraina e la crisi del Mar Rosso. Tutti eventi che hanno inciso contemporaneamente su logistica, energia e costi di produzione.
Costi in aumento lungo tutta la filiera
Le prime conseguenze si stanno già manifestando sui prezzi degli ingredienti attivi, con aumenti stimati tra il 20% e il 60% nei casi più critici. A questi si aggiungono rincari su materiali essenziali per il packaging e la produzione: l’alluminio registra incrementi attorno al 20%, mentre plastiche e pvc si collocano in una forbice tra il 20% e il 35%. In un sistema caratterizzato da prezzi amministrati, questi aumenti non possono essere trasferiti sul mercato finale. Ne deriva una pressione diretta sui bilanci delle aziende, con un impatto che mette in discussione la sostenibilità stessa della produzione farmaceutica.
Scorte limitate e rischio approvvigionamenti
Sul fronte delle disponibilità, le scorte attuali potrebbero coprire solo alcuni mesi. La durata effettiva varia in base alle strategie di approvvigionamento delle singole aziende, ma resta un margine temporale limitato. Il rischio di carenze si lega a due fattori principali: da un lato l’aumento dei costi industriali, dall’altro la possibile indisponibilità di materie prime, a partire dagli ingredienti attivi. In caso di prolungamento del conflitto, entrambe le criticità potrebbero aggravarsi.
Pressione globale e nuovi equilibri
Il quadro è ulteriormente complicato dalle politiche adottate dagli Stati Uniti, in particolare dal principio della Most Favored Nation (MFN). Il meccanismo prevede che il prezzo più basso di un farmaco tra un gruppo di Paesi avanzati diventi riferimento per il mercato americano. Secondo Farmindustria, questa misura rappresenta un elemento di svolta negli equilibri globali dell’innovazione, con potenziali effetti sulla capacità europea di garantire accesso alle terapie e mantenere competitività industriale.
Investimenti e rischio per l’Europa
La strategia statunitense include anche un piano di attrazione degli investimenti che ha già prodotto accordi con grandi aziende del settore e annunci per 400 miliardi di dollari nei prossimi cinque anni. In parallelo, l’Europa rischia di perdere una quota rilevante della propria base industriale, stimata in circa 100 miliardi nello stesso periodo. In questo scenario, l’Europa si trova stretta tra le dinamiche di Stati Uniti, Cina e le tensioni in Medio Oriente. Per l’Italia, secondo Farmindustria, diventa prioritario intervenire su alcuni nodi strutturali.
Ritardi e necessità di interventi
Tra le criticità segnalate c’è il ritardo nell’accesso ai nuovi farmaci e vaccini dopo l’approvazione dell’Agenzia europea per i medicinali, che in Italia raggiunge i 14 mesi. Per il settore, è urgente definire una strategia che migliori sia l’accessibilità alle cure per i cittadini sia l’attrattività del sistema industriale. Un passaggio ritenuto decisivo per mantenere la competitività del comparto farmaceutico nazionale in una fase di forte instabilità globale.
