La Nuova Sardegna

L’intervista

Luciano Violante: «Col No alla riforma ha vinto la Costituzione. 41bis? Più giusto distribuirli nel paese»

di Alessandro Pirina
Luciano Violante: «Col No alla riforma ha vinto la Costituzione. 41bis? Più giusto distribuirli nel paese»

L’ex presidente della Camera a Cagliari per parlare di giustizia

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Magistrato, docente, politico, scrittore. Il filo conduttore di ogni ruolo ricoperto da Luciano Violante nella sua carriera tra tribunali, università e Montecitorio è la battaglia per una giustizia più giusta. E va in questa direzione anche il libro “La giustizia, tra vita e morte. Clitemnestra, Medea, Circe”, edito da Lindau Editore, che l’ex presidente della Camera ed ex presidente della Commissione Antimafia presenterà domani alle 17 a Cagliari nella sala della Fondazione Siotto, in via Dei Genovesi 114, insieme ad Aldo Accardo, presidente della Fondazione e già docente di Storia contemporanea all’Università di Cagliari.

Presidente Violante, perché ha voluto raccontare queste tre figure mitologiche?

«Questo libro raccoglie i testi di tre opere teatrali, rappresentate in molte città italiane per raccontare tre donne considerate maledette nell’opinione prevalente, ma che hanno agito per fini di giustizia. Clitemnestra ha ucciso il marito perché lui ha ucciso la figlia Ifigenia per poter comandare l’intera armata dei greci contro Troia. Medea ha ucciso i figli per evitare che diventassero schiavi sessuali dei principi di Corinto. Circe è condannata nel mito per la sua bellezza, ma in realtà lei contesta gli stereotipi patriarcali della società dell’epoca e forse non solo di quell’epoca».

La giustizia appare spesso un concetto astratto. Qual è la definizione che dà lei?

«Quando comincia un’idea di giustizia legata alla colpa? Nasce da Cristo che sulla croce dice: “Signore, perdonali perché non sanno quel che fanno”. È così: va perdonato chi non sa quel che fa. La giustizia non è una punizione indiscriminata o un riequilibrio di poteri. La giustizia è una ricostruzione lenta».

Sono passati 60 anni da quando entrò in Magistratura. In quest’arco di tempo è cambiata la sua concezione di giustizia?

«Certo, perché le persone si evolvono. Io ho praticato la giustizia come magistrato impegnato sul fronte della lotta al terrorismo. Allora la giustizia era salvare vite, impedire che continuassero a uccidere. Più avanti ho incontrato la figura di Nicolò Amato, direttore del Dap. Lui ebbe il coraggio di proporre le aree omogenee, ovvero aree degli istituti penitenziari in cui i terroristi si incontravano per riflettere. Allora ero responsabile giustizia del Pci e fui subito d’accordo. Quella era un’altra dimensione della giustizia. Giustizia come ricomposizione, strumento fondamentale per ricostruire un rapporto tra lo Stato e chi aveva militato nel terrorismo. A noi non interessava che si pentissero, volevamo riflettessero su quanto avevano commesso. E infatti alcuni di loro si sono dissociati dal terrorismo dopo avere scontato la pena».

Nella sua carriera è stato magistrato, docente, politico: la percezione di giustizia cambia a seconda del ruolo?

«Sì, cambia. Come giudice la giustizia è parte della teoria dello Stato, nel rapporto tra Stato e cittadini. Da politico essere giusto vuole dire essere leale».

L’ex senatore Luigi Manconi si batte per l’abolizione del carcere. Qual è la sua opinione sul tema?

«Noi ancora consideriamo la pena come la chiusura in un luogo. Va così dal 450 avanti Cristo, quando nella tragedia greca Creonte rinchiude Antigone in una grotta, per punire la disobbedienza alla legge. Sono passati 2400 anni. A partire dal 1700, dall’Illuminismo, si è fatto un grande sforzo per la costruzione di un sistema di diritti. Ma ancora oggi ci troviamo a dire che l’unico modo per punire è la chiusura in una cella. Oggi discutiamo come ridurre le pene, ma non per trovare un altro tipo di pena nel XXI secolo. C’è sempre quest’ombra possente della pena come sofferenza fine a sé stessa, non come premessa per una riconciliazione».

Ma a suo avviso esiste un’alternativa al carcere?

«Sì, in molti casi. Ma prima bisogna convincere la società, che è mossa anche dalle sue ragioni. Va fatto un ragionamento con la società e parlare dei costi economici, umani e in termini di utilità del carcere come è oggi. Tempo fa feci il conto di quanto ci costa il sistema penitenziario. Ebbene, se venissero dati 2mila euro al mese a ogni detenuto per non commettere reati per un certo periodo di tempo ci guadagneremmo anche. È un paradosso certamente. Ma i costi del carcere sono molto superiori ai benefici».

In questi mesi in Sardegna c’è una forte polemica per la destinazione di gran parte dei detenuti in regime di 41bis nelle carceri dell’isola. Qual è la sua opinione?

«Io credo che vadano distribuiti nel territorio. Concentrarli in un solo posto rende più facile il controllo di comunità criminali. Ma la Sardegna non può essere il territorio dove si scaricano i problemi più gravi del Paese».

Due mesi fa gli italiani hanno bocciato la riforma della giustizia: un voto sul merito o un voto politico?

«È diventato un voto sulla Costituzione. Soprattutto nelle ultime due settimane. La Costituzione non si tocca in questo modo, bloccando così qualsiasi tipo di confronto. La Costituzione è di tutti gli italiani, non di una sola parte».

Di quella riforma lei salverebbe qualcosa?

«Quando le cose precipitano così negativamente è inutile prendere alcuni pezzi e lasciarne fuori altri. È una partita chiusa. Il vero problema è il funzionamento della giustizia. Quella proposta arrivava da chi non conosce il sistema, e ha fatto prevalere uno scopo ideologico. Io ho stima di Nordio dal punto di vista dell’uomo di cultura, dell’uomo di studio, e forse non è tutta colpa sua, ma - lo dico con tutto il rispetto - non sono soddisfatto di come esercita la funzione di ministro della Repubblica».

Crede che il caso Garlasco, con la possibilità della revisione del processo, possa influire negativamente sulla fiducia degli italiani nella giustizia?

«Non l’ho seguito, ma il fatto che la giustizia possa rivedere le decisioni prese è una garanzia per i cittadini. Una giustizia che corregge sé stessa deve rassicurare i cittadini. Nessuno è esente da errore».

Ritornando alla prima domanda e contestualizzandola al giorno d’oggi: il caso della grazia di Nicole Minetti ha qualche similitudine con le donne del mito?

«Ho una regola di fondo. Quando decide il capo dello Stato non si interviene».

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