Giacomo Poretti intervista Gianfranco Zola: «I tifosi del Chelsea mi chiamavano Magic Box, gli avversari Little Shit» – Video
L’ex fantasista si confessa con ironia e autoironia nel podcast del celebre comico: gli stadi inglesi, Maradona, Ronaldo, il militare a Sassari e la crisi del calcio italiano. «Ai giovani bisogna dare il coraggio di sbagliare»
Sassari C’è un momento dell’intervista in cui Gianfranco Zola ride di gusto ricordando i soprannomi ricevuti in Inghilterra. I tifosi del Chelsea F.C. lo chiamavano «Magic Box», scatola magica, per le sue giocate imprevedibili. Quelli avversari, invece, molto meno poeticamente, «Little Shit». Ed è proprio questo mix di ironia, autoironia e riflessione sul calcio a rendere speciale la lunga chiacchierata con Giacomo Poretti nel podcast Porecast, pubblicato su YouTube lo scorso 13 maggio.
Nel museo dello stadio Stadio Ennio Tardini, tra trofei e maglie storiche del Parma, Zola ripercorre la propria carriera partendo da quello che per anni è stato considerato il suo limite principale: l’altezza. «A 15-16 anni ero ancora più piccolo e molto magro», racconta. «Mi dicevano: bravo sì, però è una mezza calzetta».
Un pregiudizio che il fantasista sardo ha trasformato in forza. Il padre lo portava a fare karate per migliorare elasticità e coordinazione, poi nuoto, convinto che potesse aiutarlo persino a crescere in altezza, e infine palestra per sviluppare soprattutto la muscolatura delle gambe. «Ho imparato che i grandi atleti trasformano le debolezze in punti di forza», spiega. Per lui il segreto diventò rapidità e tecnica: «Dovevo muovere la palla prima che arrivassero i difensori».
L’ex numero 10 entra poi nel tema del calcio moderno e critica il possesso palla esasperato. «Arrivi vicino all’area e continui a girare la palla. A me si chiudeva la vena: dovevo inventare qualcosa, tirare, provare la giocata». Secondo Zola oggi si scoraggiano troppo i talenti creativi: «Si vedono meno giocatori che saltano l’uomo, non perché manchino le qualità, ma perché non vengono spinti a provarci».
Da qui nasce la riflessione sui giovani italiani. Oggi Zola lavora proprio nella formazione e sostiene che il problema non sia l’assenza di talento: «Le nostre Under 15, 16 e 17 sono competitive. Il problema è che poi i ragazzi non giocano». Per crescere, dice, serve accettare l’errore: «Un ragazzo di 17 anni non è pronto, ma può diventarlo solo giocando contro quelli di 25 o 30 anni».
Tra i ricordi più divertenti emerge anche il periodo del servizio militare nel 1986 a Sassari, quando giocava nella Torres. Zola racconta di aver trascorso un anno facendo avanti e indietro tra caserma e campo di allenamento. «Spesso montavo di guardia dopo le partite», scherza. E ricorda un episodio assurdo: durante un allenamento fu richiamato urgentemente dal comandante perché nessuno sapeva dove fosse finito. Si presentò nel suo ufficio con la tuta sopra i pantaloncini da calcio, riuscì a cavarsela e poi tornò subito ad allenarsi.
Nel podcast ci sono poi i giganti del calcio mondiale. Di Diego Armando Maradona racconta gli allenamenti a Napoli: «Ci fermavamo ad applaudire quello che faceva». Di Ronaldo dice invece che era uno di quei giocatori capaci di fare cose viste «solo in pochissime persone».
L’esperienza inglese resta uno dei capitoli più affascinanti. Zola descrive l’impatto con gli stadi britannici: niente pista atletica, pubblico attaccato al campo e atmosfera feroce. «Andavi a battere una rimessa laterale e avevi i tifosi a pochi centimetri». Però proprio lì, in quell’ambiente durissimo, nacque il legame speciale con i tifosi del Chelsea.
L’intervista si chiude tra battute, nostalgia e riflessioni sulla vita fuori dal calcio. Famiglia, amici, golf, vecchi compagni del Parma e le paure mai del tutto sparite. Una, racconta sorridendo, lo accompagnava fin da bambino: «Avevo il terrore di essere espulso in una partita importante». E anni dopo, al Mondiale del 1994, quella paura si trasformò davvero in realtà. Contro la Nigeria, dopo appena 11 minuti, Zola fu espulso. Zola evita polemiche sull’arbitro, preferendo una lettura più equilibrata: «Era stata introdotta una regola molto severa sul fallo da dietro e nei Mondiali tendevano ad applicarla rigidamente».
Ma il messaggio più forte dell’intera intervista resta quello rivolto ai ragazzi: avere coraggio, sbagliare, provarci ancora. Esattamente come fece quel ragazzino di Oliena che tutti consideravano troppo piccolo per arrivare in alto.
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