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Longevità

Il Financial Times e il mistero della Sardegna: è la terra dove si vive più a lungo ma i giovani scappano

di Redazione Web
Il Financial Times e il mistero della Sardegna: è la terra dove si vive più a lungo ma i giovani scappano

Il quotidiano economico britannico racconta il paradosso della Blue Zone sarda: centenari, legami sociali e qualità della vita da un lato, crisi demografica e fuga delle nuove generazioni dall’altro

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Sassari C’è un’immagine che racconta bene il paradosso della Sardegna contemporanea. Da una parte gli yacht della Costa Smeralda, gli elicotteri che decollano da Porto Cervo e il turismo di lusso internazionale. Dall’altra i piccoli paesi dell’interno dove il tempo sembra scorrere più lentamente, dove gli anziani continuano a incontrarsi nelle piazze e dove la longevità è diventata oggetto di studi scientifici in tutto il mondo.

È da questo contrasto che parte il lungo reportage pubblicato dal Financial Times l’8 maggio scorso, dedicato a uno dei grandi enigmi dell’isola: come può una terra famosa per la vita lunga e sana perdere continuamente popolazione, giovani e servizi essenziali?

La prima Blue Zone del mondo

Il quotidiano britannico ricorda che proprio in Sardegna, tra Ogliastra e Barbagia, venne identificata la prima Blue Zone del pianeta, cioè una delle aree con la più alta concentrazione di centenari attivi e in salute. A individuare il fenomeno furono il medico statistico sardo Gianni Pes e il demografo belga Michel Poulain, che per anni hanno studiato le abitudini di vita delle comunità dell’interno. 

Ma il punto centrale dell’articolo è che la longevità sarda non può essere ridotta a una ricetta semplice. Non esiste un alimento miracoloso, né un segreto nascosto. Secondo Pes, intervistato dal Financial Times, la lunga vita nasce da una combinazione di elementi: movimento fisico quotidiano legato al lavoro e non alla palestra del weekend, dieta tradizionale, forte rete familiare, senso di comunità e relazioni sociali molto strette.

Il grande paradosso dell’isola

Ed è proprio qui che emerge il grande paradosso sardo. Mentre l’isola continua a essere celebrata a livello internazionale come simbolo di benessere e longevità, i numeri raccontano una situazione molto diversa. Nel 2025 la popolazione residente è scesa a 1,55 milioni di abitanti, contro gli 1,66 milioni del 2010. La Sardegna ha la natalità più bassa d’Italia per il sesto anno consecutivo, l’età media è salita a 49 anni e meno del 10 per cento dei residenti ha meno di 14 anni. Ogni anno, scrive il Financial Times, l’isola perde abitanti quanto un piccolo paese. I decessi superano le nascite e migliaia di giovani lasciano la Sardegna per cercare lavoro altrove, spesso senza tornare più.

Lavoro fragile e servizi in crisi

Il problema non riguarda solo la demografia. La crisi colpisce anche l’economia e i servizi. Dal 2008 la Sardegna ha perso circa un quinto delle imprese artigiane, mentre nel 2024 ben 32 comuni non hanno registrato neppure una nuova attività economica. La disoccupazione giovanile sfiora il 28 per cento e gli stipendi medi restano molto inferiori alla media nazionale. Gran parte del lavoro continua a essere stagionale e legato al turismo.

Anche la sanità vive una fase difficile. Secondo i dati riportati dal quotidiano britannico, la carenza di circa 400 medici di base lascia senza medico di famiglia circa 300mila persone.

A tutto questo si aggiunge il cambiamento climatico. Siccità sempre più frequenti stanno danneggiando coltivazioni di grano e olivi, mentre l’erosione costiera potrebbe cancellare entro il 2050 una parte significativa delle spiagge sarde.

I borghi che cercano di rinascere

Eppure la Sardegna continua ad attirare persone da tutto il mondo. Nel reportage del Financial Times compaiono storie di stranieri che scelgono di trasferirsi nei piccoli paesi dell’interno, attratti dalla qualità della vita, dal contatto con la natura e da ritmi molto diversi rispetto alle grandi città europee. Il fenomeno è cresciuto anche grazie allo smart working e ai progetti di ripopolamento.

Uno dei casi simbolo è quello di Ollolai, in Barbagia. Il paese è diventato famoso a livello internazionale grazie al progetto delle case a un euro e all’iniziativa “Work from Ollolai”, pensata per ospitare lavoratori da remoto interessati a sperimentare la vita in una Blue Zone. Le candidature arrivate da tutto il mondo sono state oltre 40mila.

Ma il sindaco Francesco Columbu, intervistato dal Financial Times, sottolinea che il problema resta enorme: dal 1967 il paese ha perso metà dei suoi abitanti e le iniziative locali, da sole, non bastano senza un sostegno più ampio delle istituzioni.

I piani della Regione e la sfida del futuro

La Regione Sardegna, guidata da Alessandra Todde, ha annunciato investimenti contro lo spopolamento per oltre 150 milioni di euro destinati ai comuni sotto i 5mila abitanti. Tra le misure previste ci sono incentivi economici per chi si trasferisce nei paesi, contributi alle imprese, bonus per i nuovi nati e aiuti ai medici che aprono ambulatori nelle aree più carenti.

Nel reportage si parla anche del possibile arrivo dell’Einstein Telescope, il gigantesco osservatorio europeo per le onde gravitazionali candidato a sorgere nel territorio di Lula. Un progetto che, se realizzato, potrebbe portare migliaia di posti di lavoro e nuovi investimenti nelle zone interne dell’isola.

Secondo molti osservatori, il futuro della Sardegna potrebbe dipendere proprio dall’equilibrio tra tutela del territorio e capacità di attrarre nuovi residenti. L’architetto Stefano Boeri, citato dal Financial Times, sostiene che il vero futuro dell’isola non si giocherà sulle coste già celebri, ma nell’interno, nei borghi e nelle comunità che possono rinascere grazie al lavoro da remoto e a nuovi modelli di vita più sostenibili.

La domanda che resta aperta

Ma resta una domanda aperta: cosa succede se le comunità che hanno custodito per generazioni i segreti della longevità cambiano completamente volto? Lo stesso Gianni Pes invita alla prudenza. La cultura della longevità, spiega, nasce da equilibri sociali costruiti in decenni, forse secoli. Non basta trasferirsi in Sardegna per riprodurli automaticamente.

Ed è forse questo il punto più affascinante del reportage del Financial Times: la longevità sarda non viene raccontata come una formula da esportare o un prodotto turistico da vendere, ma come il risultato fragile di relazioni umane, paesi vivi, solidarietà quotidiana e identità condivisa.

Un patrimonio che oggi, insieme alla popolazione dell’isola, rischia lentamente di assottigliarsi.

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