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Turismo, la guerra cambia tutto: per le strutture sarde sarà un’estate incerta – Tutti i numeri

di Luigi Soriga
Turismo, la guerra cambia tutto: per le strutture sarde sarà un’estate incerta – Tutti i numeri

Paolo Manca, Federalberghi: «Siamo partiti bene, poi è arrivato il conflitto: ora si spende meno e si fanno soggiorni più brevi»

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Sassari C’era una volta la Sardegna delle vacanze pianificate a Natale, dei bonifici di caparra inviati con sei mesi d’anticipo e delle certezze d’agosto blindate già a inizio primavera. Quello scenario, nell'estate 2026, è stato spazzato via. L’Italia del turismo è appesa all'incertezza, e la Sardegna, per la sua natura insulare e “premium”, sperimenta queste dinamiche elevate al quadrato.

Parola di Paolo Manca, vertice di Federalberghi Sardegna, che traccia una radiografia lucidissima della stagione alle porte: «Un’estate dove il last minute non sarà una scelta residuale, ma la legge dominante del mercato. E dove la parola d'ordine globale è una sola: prudenza assoluta».

Per capire dove stiamo andando, bisogna guardare lo specchietto retrovisore. La stagione sarda era partita con il turbo: «Sino al 20 febbraio registravamo un clamoroso +20% di venduto rispetto all'anno precedente», spiega Manca. Poi, il vento è cambiato. Lo scoppio dei conflitti internazionali ha congelato l’entusiasmo e quel tesoretto si è sgonfiato in un mese, scivolando a un modesto +5% a marzo.

Ma la crisi non colpisce tutti allo stesso modo. «È il “mass market”, la fascia medio-bassa, ad aver tirato il freno a mano. Il turismo del lusso, al contrario, viaggia su un altro pianeta: i ricchi si muovono comunque, impermeabili a guerre e rincari del carburante per i loro jet privati». Da fine marzo il ritmo delle vendite ha ripreso il passo del 2025, ma con un mutamento genetico profondo nei comportamenti d’acquisto.

Il primo grande fenomeno si chiama downgrade: i turisti tendono ad accorciare i soggiorni e scegliere camere meno costose. «Le deluxe diventano standard, le suite si trasformano in junior suite», osserva il presidente di Federalberghi. Ma il vero terremoto riguarda le formule di prenotazione. C’è un’esplosione verticale delle tariffe assicurate e, soprattutto, di quelle rimborsabili. «Storicamente le rimborsabili valevano il 15-20% del mercato. Oggi valgono il doppio, siamo a un rapporto 60-40. Il motivo è psicologico ed economico: il cliente prenota la camera ma sposta in avanti il momento del prelievo sulla carta di credito, mantenendo la facoltà di disdire tutto fino a una settimana dall'arrivo senza pagare un euro».

Un meccanismo mutuato dalle grandi piattaforme online che sostiene le vendite, ma che sposta l'intero rischio d'impresa sulle spalle degli albergatori. «Tecnicamente – avverte Manca – un gestore rischia di svegliarsi il primo di luglio e trovarsi con la struttura svuotata dalle cancellazioni per la settimana successiva».

Anche chi ha alta capacità di spesa adotta una strategia d'attesa: non avendo l'assillo dello sconto del 10% o 20% garantito dalle tariffe non rimborsabili, aspetta l'ultimo momento per monitorare la situazione o agganciare un’offerta dell'ultimo minuto.

Purtroppo il vero problema è il mercato interno italiano: l'impennata del costo della vita e del caro-benzina (stimato fino a 1400 euro in più a famiglia) sta letteralmente drenando i budget che i nuclei medi italiani destinavano alla classica vacanza sarda da 3000 euro. «In questo scenario così fluido, l'errore più grave che gli hotel sardi potrebbero commettere è l'avidità speculativa».

Manca usa una metafora efficace legata alla percezione del valore: «siamo disposti a spendere 7 euro per un panino, ma consideriamo una follia spenderne 5 per un'applicazione dello smartphone che magari usiamo per un anno intero. Il valore non è assoluto, è percepito».

E lo stesso vale per l'Isola nei mesi caldi di luglio e agosto, quando il turismo straniero cala e le strutture dipendono dal mercato italiano. «L'errore fatale sarebbe sparare oggi tariffe da 500 euro a notte per agosto, pensando che tanto la gente arriverà comunque. Se tiri troppo la corda, il consumatore si disaffeziona, rinuncia al panino e si mangia qualcos’altro».

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