El Niño è tornato: il Pacifico si scalda e cresce il rischio di eventi estremi anche nel Mediterraneo
Il fenomeno climatico potrebbe diventare tra i più intensi dal 1950. Il riscaldamento globale può amplificarne l’impatto anche sull’Europa
Roma Il Noaa, l’agenzia statunitense che monitora oceani e atmosfera, ha confermato l’avvio di El Niño nel Pacifico tropicale. Secondo le previsioni del Climate Prediction Center, c’è una probabilità del 63% che il fenomeno raggiunga una fase molto intensa tra novembre e gennaio, entrando tra gli episodi più rilevanti osservati dal 1950.
Il nuovo aggiornamento arriva dopo l’allerta lanciata all’inizio di giugno dall’Organizzazione meteorologica mondiale, che aveva indicato un’alta probabilità di sviluppo di El Niño prima di settembre. Il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, aveva avvertito che il fenomeno rischia di aggravare una situazione climatica già segnata dall’aumento delle temperature globali.
El Niño è un riscaldamento periodico delle acque superficiali del Pacifico equatoriale orientale, lungo la fascia oceanica vicina alle coste del Sudamerica. Il nome fu dato dai pescatori peruviani, perché il fenomeno tendeva a manifestarsi intorno al periodo natalizio: in spagnolo El Niño significa Gesù Bambino.
A lungo considerato un evento locale, oggi è studiato come uno dei principali regolatori naturali del clima globale. Si forma quando le temperature superficiali del Pacifico orientale restano superiori alla media per diversi mesi. Alla base c’è un’alterazione dei venti alisei, che normalmente soffiano da est verso ovest: quando questo schema si indebolisce o cambia, l’acqua calda tende ad accumularsi verso il Sudamerica.
Gli effetti variano molto da una regione all’altra. In alcune aree, come Amazzonia, Australia e Sud-est asiatico, El Niño può favorire siccità e incendi. In altre, tra cui parti della Cina, dell’Africa centrale e degli Stati Uniti meridionali, può aumentare il rischio di piogge intense. Può inoltre indebolire i monsoni in India, ridurre l’attività degli uragani nell’Atlantico e favorire invece i tifoni nel Pacifico.
Il legame con l’Europa e con il Mediterraneo è meno diretto rispetto ad altre aree del pianeta, ma non per questo irrilevante. El Niño può agire come amplificatore degli estremi climatici e, sovrapponendosi al riscaldamento globale, contribuire a rendere più intense e persistenti le ondate di calore. Anche per questo l’estate 2027 viene osservata con attenzione: se il fenomeno dovesse rafforzarsi come previsto, il suo effetto potrebbe sommarsi a un quadro climatico già molto caldo.
Il precedente episodio di El Niño, tra il 2023 e il 2024, ha contribuito a portare il 2024 in cima alla lista degli anni più caldi mai registrati. Il nuovo evento, confermato ieri venerdì 12 giugno, viene quindi seguito con particolare cautela dagli scienziati, perché potrebbe incidere sul clima globale nei prossimi mesi e soprattutto nel 2027.
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