Nello Trocchia: «Nell’isola i narcos albanesi, la mafia investe sul turismo»
Il giornalista d’inchiesta ospite a Fonni di “Barbagia in blu”
Da due mesi vive sotto scorta 24 ore su 24. «Ma non voglio parlarne, parlano il lavoro e le inchieste». Nello Trocchia, giornalista di “Domani”, stasera a Fonni per il festival “Barbagia in blu” racconta degli “Invincibili”. Il suo ultimo libro sulla mafia albanese.
Da quando ne ha parlato, è come se avessimo iniziato a vederla ovunque.
«Il giornalismo investigativo serve a svelare le realtà che esistono e incidono sul futuro delle persone, ma che vengono sottaciute, per comodità o per elementi insufficienti».
Cosa succede quando l’opinione pubblica viene informata?
«Si raggiungono livelli di consapevolezza più diffusi, questo consente che anche altri se ne possano occupare. Si hanno strumenti di lettura a disposizione della comunità e nascono delle priorità».
Perché la mafia albanese ci appare nuova?
«Per un evidente sottovalutazione del fenomeno. E perché è complicato raccontare un’organizzazione criminale straniera. Non è la mafia che abbiamo sempre conosciuto, quella che ha un feudo ed è strutturata come una piramide».
Che caratteristiche ha?
«Si divide in cellule, è legata a elementi identitari e criminali. La “Besa” è il loro codice d’onore, un orgoglio che viene da elementi, parole, termini, linguaggi che diventano un marchio. L’affidabilità è una delle caratteristiche che li ha resi dei giganti. Non si tradisce il patto di fiducia che hai sottoscritto: con l’esterno e all’interno».
Ma qual è stato l’input che l’ha mossa a indagare sulla mafia albanese?
«Ecco, una piccola parentesi: in questo caso è difficile parlare di mafia perché ha bisogno di radicamento, e come dicevo quella albanese quasi mai lo ha. È volatile. Indagavo su un progetto dei Casamonica, gli innominabili fino a quel momento. Volevano importare sette tonnellate di cocaina in Italia. Da lì, è stato un lavoro lungo di due anni dove ho incrociato le cellule albanesi. Ho incontrato vittime, ex killer. Ho scoperto un mondo. Dorian Petoku e Arben Zogu frequentavano la Sardegna, tra l’altro...».
Cosa facevano nell’isola?
«Si raccontano di serate in discoteca. Per loro era terra di scorribande del godimento, del lusso, dell’ostentazione del potere, oltre che di rifornimento e approvvigionamento di droga, e da tempo anche di riciclaggio e reinvestimento di capitali».
Il procuratore generale Patronaggio, e da poco proprio alla Nuova il capo della Dda, Sabelli, hanno parlato di isola crocevia di narcotraffici.
«Ogni territorio incantevole e portatore di sogni speculativi è terra di conquista. Ricordo una cosa: quando parliamo di traffico di droga, parliamo di vagonate di miliardi di euro, e i narcos hanno due problemi».
Quali?
«Piazzare la droga per venderla e riciclare i soldi. Tutte le terre di incanto dove si può ripulire questo denaro sono destinazione di attenzioni. Specie con attività turistiche e alberghiere. Ed è così che accade in Sardegna».
Questo come cambia il volto di un territorio?
«Le organizzazioni criminali aderiscono alle trasformazioni, non sono corpi estranei alla società. La partita più importante per i nostri territori è scegliere se far entrare o meno questo denaro nel mercato regolare».
Ma un grande problema è riconoscere il denaro sporco.
«Le organizzazioni criminali sono un braccio del sistema economico, non i manovratori. Se il sistema è distributivo e rompe le disuguaglianze, toglie l’acqua dove le organizzazioni sguazzano».
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