Assalto al caveau, nel mirino della banda i lingotti d’oro della Glencore: «Sconcertati, attendiamo notizie dall’indagine»
Fra gli 11 arrestati nella maxi operazione della polizia sull’assalto in programma ai blindati, anche un dipendente della società che opera fra Portovesme e San Gavino
Cagliari Il piano per mettere le mani sull’oro puro prodotto dai 65 operai al lavoro nella fonderia di San Gavino dello stabilimento di Portovesme (sud Sardegna) di proprietà della multinazionale anglo svizzera, Glencore, è fallito. L’assalto ai blindati, se messo a segno, avrebbe fruttato milioni di euro.
Fra gli undici arrestati questa mattina 25 luglio, nella maxi operazione della Polizia di Stato denominata “Golden Mole” e coordinata dalla Dda di Cagliari – il presunto basista del colpo, imminente, sarebbe proprio un dipendente della proprietaria dello stabilimento che – fino a questa mattina – non aveva informazioni sull’indagine: «Aspettiamo di sapere che cosa sia emerso dall’attività investigativa della Dda, che a quanto pare ci riguarda, ma di cui non conosciamo i dettagli, siamo sconcertati». Queste le uniche parole espresse dai vertici Glencore.
Il basista, secondo le indagini della polizia, lavorava all’interno della fonderia di San Gavino dove la Glencore produce oro puro che poi rivende alla ItalPreziosi Spa, azienda leader nel settore dei metalli preziosi con sede ad Arezzo. L’operaio specializzato finito in carcere con un’accusa pesantissima, avrebbe agito nell’ombra, in questi mesi, procurando tutte le informazioni utili per la banda, pronta ad agire.
Quando fosse in programma l’assalto non è certo, quel che è certo è che i magazzini della fonderia, dove in questo periodo la Glencore sta trattando il piombo in arrivo dai suoi stabilimenti della Germania, in questi giorni sarebbero vuoti. Secondo la prassi dell’azienda, anche per motivi di sicurezza, i chili d’oro prodotti periodicamente (quintali all’anno) rimangono fermi per pochissimi giorni, per poi essere trasportati dalla Sardegna alla Toscana sui blindati della Italpreziosi.
La banda si preparava probabilmente ad agire, in attesa del nuovo carico di lingotti d’oro verso la penisola. Secondo la contestazione, determinante, nella fase preparatoria, sarebbe stato il contributo del basista, un operaio specializzato impiegato all'interno dell'obiettivo da svaligiare, che, secondo il quadro investigativo, avrebbe messo a disposizione dell'organizzazione informazioni riservate di fondamentale importanza, attraverso la predisposizione di rilievi fotografici non solo dei furgoni portavalori presenti all'atto del ritiro, ma anche dell'intero sito produttivo e delle relative aree di accesso, documentando ingressi, percorsi interni, sistemi di sicurezza e punti sensibili della struttura. Tale attività avrebbe consentito ai promotori del progetto criminoso di elaborare un piano d'azione estremamente dettagliato e di individuare le modalità ritenute più idonee per raggiungere il caveau e neutralizzare gli ostacoli posti a sua difesa, mettendo in conto di utilizzare armi, esplosivo e mezzi pesanti.
Di questa mattina 25 luglio gli arresti che hanno mandato in rovina i piani della banda finita in carcere: secondo l’inchiesta della Dda, stava organizzando l’assalto a un furgone portavalori carico di lingotti d’oro.
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