Parolacce, soprannomi e parole in codice: il portavalori da assaltare diventa “il bambino”- Il linguaggio del commando
La banda dell’oro utilizza un lessico colorito e comunica su chat criptate
Sassari La lingua della malavita ha una sintassi sbrigativa fatta di parole masticate a mezza voce, parolacce e bestemmie sputate contro i finestrini di un fuoristrada in corsa. Nelle oltre cento pagine dell’ordinanza Golden mole, la grammatica dell’assalto da sei milioni di euro ha un suo codice precisissimo. È una lingua franca, ruvida e disperata, parlata lungo l’asse invisibile che taglia la Sardegna da Cagliari alla Barbagia. In questo mondo i nomi propri sono un lusso che porta dritti in galera. I complici si ribattezzano. Giancarlo Bassu, il logista che porta a spasso le bombole, è per tutti semplicemente «il grassone». Stefano Falconi, la punta di diamante del gruppo di fuoco sceso dalla montagna, risponde al nome di battaglia di «Poldo». E per non farsi ascoltare dagli “sbirri”, la banda si affida ai «citofoni», utenze telefoniche blindate e intestate a fantasmi stranieri, mentre sulle chat criptate di Signal si nascondono dietro maschere di tastiera come “Stuart” o “Verga”. È un lessico dove la pastorizia si mescola alla balistica e il turpiloquio fa da punteggiatura. A tenere banco è spesso l’operaio infedele Luca Montanari, la presunta talpa. Quando fantastica sull’esplosivo che squarcerà le lamiere, si lascia andare a un’esclamazione viscerale e non proprio elegante: «E si ci cravanta in su c. ..u». Montanari smania, è rammaricato di doversi costruire l’alibi timbrando il cartellino. Condisce di parolacce come si sparge il sale sulla carne: «E che ci lavoro, sennò sarei entrato io c...o porca ba...sa! ». E quando ricorda il suo maldestro, tentativo solitario di limare l’oro rubato per cancellare i numeri di serie, la frustrazione diventa poesia: «Ho perso un sacco di oro tagliandolo porca p....a, per pulirlo, lucidarlo con quella cosa lì, lo ripeso c...o, m...ia 20 grammi in meno c...o, porca...».
Nel codice della banda, i furgoni blindati della Battistolli si trasformano in pedine di un gioco dell’oca. Sono creature familiari. Un furgone e un camion diventano «una piccola bambina e un bambino un po’più grande». Se i mezzi aumentano, sono «tre bambini». E se Francesco Carta vuole sapere se qualcuno sta pedinando il convoglio, chiede semplicemente del «babysitter». Poi c’è il lessico della guerra. E lì si smette di ridere. Bassu teorizza l’assalto perfetto al caveau: «Con l’escavatore, lo buttiamo giù con la benna... picchi con l’escavatore e imbuca dentro». Delle guardie giurate non si preoccupa («Ma tu fregatene, si arrangiano loro di quello») , e nemmeno del rumore, perché alle 4 del mattino «Ma che c...o se ne accorgono! Non se lo immaginano mi! Perché è l’ora che si stanno alzando i pastori... non capiscono niente...».
Nelle conversazioni intercettate, la grammatica della rapina gronda disperazione. Francesco Carta, schiacciato da debiti e fallimenti sentimentali, urla la sua rabbia nell’abitacolo: «Lei la vita se l’è fatta per merito mio... mi ha rovinato, mi ha sbattuto in questa c...o di strada così... Ma lo vedi? Lo vedi come c...o sono? Ah? ...». Dall’altra parte ci sono i barbaricini, insofferenti ai rinvii, sfiancati dall’attesa e dallo stress di girare con le utilitarie taroccate: «Cazzo ieri notte in giro con quei... con quel mezzo rubato...». Ma pronti a tutto, disposti all’estremo sacrificio. Gian Michele Cadau traccia la linea finale: «Io non sarò quello che torna indietro, stai tranquillo. Andiamo a morire? Andiamo a morire!».
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