Sulle tavole di Ferragosto arriva il porcetto “straniero” a basso costo: la filiera sarda è a rischio
Il maialetto viene pagato agli allevatori 7 euro al chilo, Coldiretti: «Guadagno irrisorio, fondamentale accelerare sul marchio Igp»
Sassari Il re della tavola di Ferragosto in Sardegna è sempre lui: il maialetto o porcetto. Ma quanto di quel maialetto che verrà consumato nei prossimi giorni sarà davvero sardo? E quanta carne, invece, sarà di provenienza esterna, finendo sulle tavole e nei ristoranti come prodotto tipico senza esserlo? È questa una delle questioni al centro della battaglia degli allevatori sardi sulla tracciabilità e sulla tutela del maialetto, mentre il comparto continua a fare i conti con quotazioni ai minimi e con una remunerazione che non riesce a riconoscere il valore di una delle produzioni simbolo della Sardegna.
Coldiretti e prezzi ai minimi storici
Per tutto il mese di luglio il maialetto è stato pagato agli allevatori intorno ai 6 euro al chilo (peso vivo): quotazioni difficilmente viste in questo periodo dell’anno e considerate troppo basse per garantire una remunerazione adeguata alle imprese. A pochi giorni da Ferragosto il prezzo è risalito, ma solo poco oltre i 7 euro al chilo, una cifra comunque bassa e non soddisfacente, soprattutto considerando che ci si trova nel periodo dell’anno in cui la domanda e le vendite aumentano sensibilmente proprio per effetto delle festività. Il dato assume ancora più rilievo se confrontato con lo stesso periodo del 2025, quando le quotazioni si attestavano abbondantemente sopra i 7 euro al chilo, ben oltre i livelli pagati oggi. Una dinamica che conferma la forte sofferenza di una filiera che, dal punto di vista produttivo, è rimasta sostanzialmente stabile negli ultimi anni ma che oggi fatica a trasformare un prodotto di grande valore in un adeguato reddito per le imprese.
La filiera a rischio
Coldiretti va avanti e spiega quanto siano gravi le difficoltà finanziarie delle aziende. Il maialetto sardo continua a rappresentare uno dei marchi di fabbrica della Sardegna, ma gli allevatori vedono comprimersi le quotazioni e faticano sempre di più a garantire la sostenibilità economica delle aziende. Quella 2026 si sta rivelando una delle annate più complicate degli ultimi anni. Da qui la necessità di accelerare il percorso attivato verso un marchio Igp come uno degli strumenti per difendere reddito, filiera e identità.
Marchio Igp
Per Coldiretti Sardegna una delle risposte passa dalla valorizzazione del prodotto attraverso il riconoscimento dell’Indicazione geografica protetta, percorso già avviato insieme agli allevatori. «Il maialetto non è soltanto una produzione zootecnica ma uno dei simboli più riconoscibili della Sardegna - sottolinea il presidente di Coldiretti Sardegna Battista Cualbu - non possiamo permettere che perda valore proprio nella sua terra. L’esperienza dell’Agnello di Sardegna Igp dimostra che una filiera organizzata e certificata è in grado di difendere il reddito delle imprese, garantire controlli, assicurare la tracciabilità e contrastare chi vende come sardo un prodotto che sardo non è», precisa Cualbu, che guida anche il Consorzio dell’Agnello Igp. Da qui il rilancio del percorso attivato per la costruzione dell’Igp del maialetto. «Oggi il maialetto ha bisogno dello stesso percorso dell’agnello e lo stiamo facendo con la costruzione dell’Igp che rappresenta lo strumento decisivo per valorizzarlo, proteggerlo e dare prospettive agli allevatori», precisa Giorgio Demurtas, presidente di Coldiretti Cagliari e del Comitato promotore per l’istituzione del marchio al porcetto.
Problema economico e patrimonio a rischio
Anche i numeri del settore raccontano quanto sia importante accelerare sul percorso IgpP. L’offerta nazionale di carne suina soddisfa meno del 60% del fabbisogno italiano, lasciando quindi ampi margini di crescita alle produzioni di qualità. In Italia esistono già 44 Indicazioni Geografiche dedicate ai prodotti suinicoli, di cui 21 DOP e 23 IGP, ma la Sardegna non dispone ancora di alcuna certificazione europea per il proprio comparto suinicolo. Eppure queste produzioni certificate generano complessivamente 2,3 miliardi di euro di valore alla produzione e oltre 5,3 miliardi di euro al consumo. «I dati del comparto dimostrano che il problema non è soltanto legato al prezzo attuale ma all’assenza di strumenti che consentano di governare il mercato - spiega il direttore di Coldiretti Sardegna, Luca Saba - il maialetto sardo continua a dipendere quasi esclusivamente dalla domanda interna e questo espone le aziende a oscillazioni anche molto pesanti - sottolinea - una Igp permetterebbe di costruire una filiera riconoscibile, aprire nuovi sbocchi commerciali in Italia e all’estero, creare valore aggiunto lungo tutta la catena e rendere il prezzo molto meno vulnerabile. Oggi il mercato dei prodotti suinicoli certificati genera miliardi di euro - ricorda – la Sardegna non può continuare a rimanere fuori da questa opportunità. Un marchio significa anche programmazione, promozione e maggiore capacità di intercettare una domanda che oggi viene soddisfatta da produzioni concorrenti», sottolinea Saba.
Gli allevatori
A confermare il momento difficile è anche Luciano Nieddu, allevatore di Berchidda: «Non si era mai visto un prezzo così basso in questo periodo dell’anno - dice - le macellazioni non stanno aumentando nonostante la stagione favorevole e cresce il timore che una parte della ristorazione si stia approvvigionando attraverso grandi piattaforme commerciali con prodotto proveniente da fuori Sardegna, spesso a prezzi impossibili da sostenere per i nostri allevatori. Il rischio è che con prezzi così bassi e pochi canali commerciali continui a diminuire anche il numero delle aziende che allevano maialetti - conclude - così rischiamo di perdere questo enorme patrimonio sardo».
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