La Nuova Sardegna

L’intervista

Salvini all’Agnata, parla Dori Ghezzi: «Fabrizio non lo avrebbe mai mandato via»

di Francesca Santolini
Salvini all’Agnata, parla Dori Ghezzi: «Fabrizio non lo avrebbe mai mandato via»

La moglie di De André interviene sulle contestazioni durante il concerto

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«Io ho difeso un principio. Ho detto che non si caccia qualcuno da un concerto perché ha idee diverse dalle nostre. Si può discutere, si può contestare, si può – si deve – criticare anche duramente. Ma non credo che la risposta sia nell’allontanamento».

A ottant’anni, Dori Ghezzi conserva una bellezza luminosa, fatta più di presenza che di apparenza: una voce ferma, lo sguardo ancora acceso di passione, la grazia di chi ha attraversato molta vita senza farsi indurire. Parla dell’Agnata come si parla di una casa, ma anche di una responsabilità. Quel luogo immerso nella Gallura, dove visse con Fabrizio De André e dove entrambi furono sequestrati nel 1979, oggi è un bellissimo agriturismo ma soprattutto uno spazio aperto e un luogo della memoria.

Tre sere fa, durante il concerto di Diodato dedicato a Faber, è diventato anche il centro di una polemica: una spettatrice (che poi è andata via) ha contestato la presenza del ministro Matteo Salvini, seduto in prima fila. Dori Ghezzi non arretra, ma sceglie parole più ferme che dure: difende il dialogo, non una parte politica; l’idea che la musica possa ancora unire, non separare.

Dori Ghezzi, che cosa ha provato quando una spettatrice ha contestato la presenza di Matteo Salvini?

«Mi è dispiaciuto soprattutto che il concerto fosse interrotto. Diodato stava cantando con grande intensità, con rispetto e amore per Fabrizio, e in quel momento mi è sembrato importante proteggere la musica, il pubblico, l’atmosfera che si era creata. Capisco il dissenso, capisco anche che certe presenze possano colpire o disturbare qualcuno, ma credo che esistano modi e tempi per manifestarlo. Quella sera eravamo lì per ascoltare, per ricordare, per condividere qualcosa. La musica non dovrebbe diventare il luogo in cui si decide chi può restare e chi no»

Lei però è intervenuta pubblicamente, invitando al dialogo. Perché le è sembrato necessario farlo?

«Perché non credo che la democrazia possa vivere solo tra persone che la pensano allo stesso modo. Io ho sempre avuto idee molto chiare, sono sempre stata di sinistra, e non ho bisogno di nasconderlo. Ma proprio per questo penso che il confronto sia necessario. Non significa cancellare le differenze, né fingere che non esistano. Significa riconoscere che una persona può essere distante da noi politicamente e tuttavia avere il diritto di ascoltare un concerto, di stare in un luogo pubblico, di essere raggiunta dalla musica. Se perdiamo questo, se trasformiamo ogni spazio in un confine, allora abbiamo già rinunciato a qualcosa di importante».

Molti hanno osservato che la presenza di Salvini all’Agnata fosse particolarmente stonata, perché lontana dal mondo poetico e politico di Fabrizio De André.

«Capisco questa osservazione. Fabrizio ha dato voce agli ultimi, ai disobbedienti, agli esclusi; ha guardato sempre dalla parte di chi di solito non veniva ascoltato. È evidente che il suo pensiero non può essere separato dalle sue canzoni. Però non credo che questo significhi poter stabilire un elenco di persone autorizzate ad ascoltarlo. Fabrizio non era un santino, non era un’appartenenza da esibire. Era complesso, contraddittorio come tutti gli uomini liberi, e proprio per questo non lo si può rinchiudere in una sola interpretazione. Le sue canzoni possono arrivare anche a chi non le comprende fino in fondo, o a chi magari da quelle parole potrebbe essere spinto a interrogarsi».

“Non esistono poteri buoni”, cantava De André in “Nella mia ora di libertà”, forse il brano che più di tutti riflette il suo pensiero anarchico e anti autoritario. Come si tiene insieme quella radicalità con l’idea di non escludere nessuno, nemmeno un uomo di potere seduto in prima fila?

«Fabrizio diffidava del potere, questo è vero. Lo ha raccontato in tanti modi, con una lucidità che resta impressionante. Ma la sua anarchia non era odio verso le persone: era rifiuto delle imposizioni, delle ipocrisie, dei meccanismi che schiacciano gli individui. Io credo che proprio per questo non avrebbe amato neppure un gesto di esclusione preventiva. Contestare un potere è una cosa; impedire a una persona di ascoltare una canzone è un’altra. Fabrizio avrebbe forse trovato parole più taglienti delle mie, magari più ironiche, magari più scomode.

Ma non credo che avrebbe voluto trasformare la sua musica in un tribunale».

L’Agnata, poi, non è un luogo qualsiasi. È stata la vostra casa, ma anche il luogo del sequestro. Che cosa rappresenta oggi per lei?

«È un luogo pieno di memoria. Ci sono dentro anni bellissimi e giorni terribili. C’è la nostra vita, c’è la Sardegna che abbiamo amato, ci sono persone che arrivano da lontano perché sentono lì una parte della sua storia. Ma proprio perché è un luogo così carico, io sento che non può diventare un posto chiuso, respingente. L’Agnata oggi è aperta. Accoglie chi arriva con rispetto, chi vuole ascoltare, chi vuole capire. Per me è importante che resti così: non un monumento freddo, non un santuario politico, ma una casa viva».

Diodato, dal palco, ha detto che non spettava a lui cacciare nessuno e ha auspicato che la musica di De André potesse “illuminare” anche la politica.

«Mi è sembrata una risposta molto bella e molto rispettosa. Diodato era ospite, era lì per cantare, e ha scelto di non trasformare il concerto in uno scontro. Ha ribadito le distanze, ma ha difeso la musica. Credo sia stato un gesto importante. In un momento in cui tutto tende a diventare immediatamente polemica, riuscire a restare dentro la misura è già una forma di coraggio».

Che cosa vorrebbe che restasse, alla fine, di questa vicenda?

«Vorrei che restasse l’idea che la musica può ancora aprire uno spazio. Non risolve tutto, non cancella le differenze, non rende tutti migliori per magia. Però può costringerci ad ascoltare, almeno per un momento. Fabrizio ha scritto canzoni che disturbano, interrogano, mettono in crisi. Se quelle canzoni arrivano anche a chi è lontano dal suo e dal nostro mondo, forse non è una sconfitta. Forse è una possibilità. L’importante è non dimenticare che ascoltare davvero significa lasciarsi cambiare, almeno un poco».

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