La Nuova Sardegna

L’intervista

Paolo Mieli ad Alghero con “Il grande inganno”: «Viviamo un presente di guerre senza intravederne la fine»

di Alessandro Pirina
Paolo Mieli ad Alghero con “Il grande inganno”: «Viviamo un presente di guerre senza intravederne la fine»

«Il Novecento? Mai finito, ma senza giganti come gli Usa e l’Urss siamo precipitati nell’anarchia»

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Sono passati ventisei anni da quando abbiamo salutato il secolo scorso e accolto il nuovo millennio, ma in realtà il Novecento non lo abbiamo mai archiviato. Quello che doveva essere il “secolo breve” è, a detta di Paolo Mieli, il “secolo infinito”. Al Novecento che continua a proiettare ombre sul presente, lo storico e giornalista, ex direttore di Stampa e Corriere della Sera, ha dedicato un libro, “Il grande inganno. Da Ercole alla Nato, quello che la storia non ci ha insegnato”, edito da Rizzoli, che stasera 30 agosto alle 21 presenterà ad Alghero, a Lo Quarter, nell’ambito della rassegna Sant Miquel Festival 2026.

Mieli, qual è il “grande inganno”?

«È il grande inganno degli ultimi due secoli di storia, che a ogni passaggio ci ha portato a conclusioni sbagliate: la pace dopo la Prima guerra mondiale, la pace dopo la Seconda guerra mondiale, la pace dopo la fine della Guerra fredda e delle altre guerre che abbiamo affrontato e stiamo ancora affrontando come fossero eventi per cui andava cercata una soluzione immediata e ad hoc, mentre ci è sfuggita la visione d’insieme».

Lei parla di un Novecento che in realtà non è mai finito.

«Quello che Hobsbawm aveva definito il “secolo breve” - che, a suo dire, non era durato cento anni, ma solo tra la Prima guerra mondiale e l’89 - in realtà non è stato niente di tutto questo. Dopo l’89 è iniziata un’era che all’inizio abbiamo sottovalutato, ma non appena abbiamo iniziato a valutarne la reale entità ci siamo resi conto che non era così dissimile da quella che ci eravamo lasciati alle spalle. Se non addirittura peggiore...».

Perché addirittura peggiore?

«Perché di queste guerre in corso facciamo fatica a capire l’intelaiatura che le tiene assieme. L’unico ad avere avuto un’intuizione in questo senso fu Papa Francesco. Oggi mancano quei giganti, Stati Uniti e Urss, che facevano da termine dei conflitti, ma anche da regolatori. Nel passato, a un certo punto, questi due giganti si mettevano d’accordo e i conflitti locali si consumavano. Adesso, essendosi tirati fuori dal ruolo di regolatori, siamo precipitati in una situazione di anarchia. Vengono di continuo accese nuove guerre e non se ne intravede la fine. Anzi, la situazione continua a peggiorare: conflitti che vengono fatti esplodere da potenze irresponsabili oppure ne riemergono altri che vanno avanti da un secolo. Mancando un regolatore alle spalle, è facile usare la parola pace, ma può essere ingannevole».

Non vede paci durature all’orizzonte?

«Qualora adesso dovesse essere trovata una tregua in Ucraina sarebbe sicuramente una finta pace. Come potrebbe mai un Paese occupato per il 20 per cento da 4anni e mezzo reggere, con quel risentimento e centinaia di migliaia di morti sulle spalle, una pace del genere? Non c’è un garante che la possa far durare. La potenza responsabile di questa situazione sono sicuramente gli Usa, in particolare l’amministrazione Trump, ma anche le presidenze democratiche, prima Obama e poi Biden, ci avevano avvertiti: l’Europa deve crearsi una difesa comune, deve partecipare alla Nato in maniera adeguata. E invece tutti i Paesi, chi più chi meno - l’Italia è tra i meno -, hanno ritenuto la Nato un inutile obolo da pagare e l’hanno trasformata in una cosa inutile. E oggi sono costretti a fare da sé in situazioni molto difficili».

L’Europa riuscirà mai ad avere una difesa comune?

«L’esercito europeo non ci sarà mai, perché a monte ci dovrebbero essere una politica estera europea, un comando militare e soprattutto politico. L’unico Paese che si prende un po’ di carico è la Gran Bretagna, che è fuori dalla Ue. Nella Nato c’è la Turchia, che è uno dei Paesi più aggressivi di questa stagione. È un’epoca molto complicata. Ma ci sono dei precedenti in tremila anni di storia. La situazione attuale va affrontata con una riconsiderazione globale: solo così si potrà venirne a capo».

Se dovesse trovare parallelismi tra alcuni periodi storici e quello attuale?

«Sicuramente il V secolo avanti Cristo, tra le guerre persiane e il conflitto tra Atene e Sparta. La guerra dei cento anni del Trecento, che in realtà ne durò 116. E poi la guerra di 30 anni tra Prima e Seconda guerra mondiale, che in realtà furono un unico conflitto dal 1914 al 1945. Sono tutte guerre differenti, comprese quelle attuali, ma hanno tutte un filo conduttore».

Ovvero?

«Tutti questi conflitti sono stati toccati da grandi pestilenze: la nostra epoca la pandemia, i primi del Novecento la “spagnola”, la peste nera nel Trecento, la “peste di Atene” che uccise anche Pericle nel V secolo. Questo non è un dato casuale, è un dato che produce grandi cambiamenti psicologici. E su questo ci sono un aspetto negativo e uno positivo».

Iniziamo dal primo.

«Queste grandi pestilenze cambiano l’animo delle persone e producono un diverso rapporto tra vita e morte. Quest’ultima si comincia a considerare in maniera differente rispetto a prima. E dunque si è più inclini a generare nuove guerre».

E l’aspetto positivo?

«La fine di queste guerre è sempre stata seguita da un salto dell’umanità inimmaginabile. Dopo la guerra dei cento anni ci sono stati l’Umanesimo e il Rinascimento, dopo la guerra del Seicento l’Illuminismo, dopo le guerre mondiali del Novecento abbiamo assistito a un enorme salto di tecnologia e cultura. La cosa che ci può consolare è che queste guerre finiscono con qualcosa di definitivo a cui fa sempre seguito una stagione d’oro».

Ma ci sono gli statisti per affrontarle?

«Mi rendo sempre più conto, leggendo i carteggi di storia, che non si è mai consapevoli della grandezza dei personaggi con cui si vive. Negli anni ’40 Churchill era considerato un dissoluto, un avventuriero che aveva perso malamente a Gallipoli, oggi lo riteniamo un grande. Questo discorso lo potremo fare solo alla fine, quando avremo modo di considerare quello o quelli che ci porteranno fuori dallo stato in cui ci troviamo».

Ne vede qualcuno all’orizzonte?

«I peggiori sono quelli che insistono perché si rimanga nella stagione in cui viviamo, quelli infoiati, convinti che il male sia solo da una parte e il bene dall’altra. I migliori sono quelli che sembrano resistere a questa tentazione e sono cercatori di soluzioni. La costruzione della pace avviene durante la guerra. La pace nuova non sarà un trattato firmato dai grandi della terra in qualche Paese del mondo, ma sarà una costruzione a piccoli mattoni. A un certo punto, quei piccoli mattoni diverranno un mezzo muro di pace e costruire l’altra metà sarà più facile».

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