Sotto la sabbia del Sahara un cimitero di squali: quando l’Egitto era sommerso dal mare
Sull’altopiano di Abu-Tartur identificati resti di almeno sette specie: una non era mai stata segnalata prima in Africa
Il Cairo Oggi è una distesa di sabbia e rocce nel cuore del deserto occidentale egiziano. Oltre 70 milioni di anni fa, però, nell’area dell’altopiano di Abu-Tartur nuotavano squali e altri vertebrati marini. A raccontare quel passato sono alcuni minuscoli fossili conservati negli strati ricchi di fosfati della zona: denti appartenuti a diverse specie di squali vissute nel Cretaceo superiore.
La scoperta è descritta in uno studio pubblicato il 18 agosto sulla rivista scientifica Cretaceous Research. I ricercatori hanno analizzato 14 denti fossili raccolti nei livelli fosfatici della Formazione Duwi, attribuendoli ad almeno cinque specie di squali lamniformi: Cretalamna cf. maroccana, Scapanorhynchus cf. raphiodon, Serratolamna cf. serrata, Squalicorax bassanii e Squalicorax pristodontus. Sono tutte segnalate per la prima volta ad Abu-Tartur.
Il dato diventa ancora più significativo se sommato alle ricerche precedenti. Nella stessa formazione erano già stati trovati 49 denti attribuiti a Scapanorhynchus rapax e Cretoxyrhina mantelli. Le specie di squali finora documentate nell’area salgono quindi ad almeno sette. Tra i nuovi reperti, Serratolamna cf. serrata e Squalicorax bassanii non erano mai state segnalate prima in Egitto, mentre i denti attribuiti a Scapanorhynchus cf. raphiodon potrebbero rappresentare la prima testimonianza conosciuta di questa specie in Africa. Gli stessi autori sottolineano, tuttavia, che saranno necessari altri fossili per confermare definitivamente l’identificazione.
Per capire come sia possibile trovare squali nel Sahara bisogna tornare al Cretaceo superiore. In quel periodo il clima terrestre era molto più caldo e il livello degli oceani era sensibilmente superiore a quello attuale. Ampie porzioni dell’Africa settentrionale furono raggiunte dal mare e nell’area di Abu-Tartur si sviluppò un ambiente marino poco profondo collegato alla Tetide. La Formazione Duwi segna proprio l'affermazione di condizioni pienamente marine in questa parte dell’Egitto.
Ne restano oggi potenti depositi di fosforiti e altri sedimenti marini. Dalla stessa formazione sono emersi nel tempo fossili di pesci, tartarughe e rettili marini, testimonianza di un ecosistema molto più ricco di quanto possa suggerire il paesaggio desertico contemporaneo. La presenza di numerose specie di squali indica che quelle acque dovevano sostenere una rete alimentare complessa e un’abbondante fauna marina.
Degli squali sono rimasti soprattutto i denti. Il loro scheletro è infatti formato in gran parte da cartilagine, un tessuto che si conserva con molta più difficoltà rispetto alle ossa, mentre i denti mineralizzati hanno maggiori probabilità di fossilizzarsi. Per questo poche decine di piccoli reperti possono fornire informazioni preziose sulla biodiversità di un mare scomparso da milioni di anni.
Il termine “cimitero”, utilizzato anche nel titolo dello studio, non deve però trarre in inganno. Il ritrovamento non dimostra che tutti questi animali siano morti insieme o abbiano necessariamente vissuto nello stesso momento. I loro denti potrebbero essersi accumulati nei sedimenti nell’arco di un periodo molto lungo. Ciò che emerge con certezza è che dove oggi domina il deserto, nel Cretaceo superiore esisteva un ambiente marino capace di ospitare una sorprendente varietà di grandi predatori.
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