Pensione anticipata a 64 anni: requisiti, a chi conviene e quanto incide sull’assegno – La proposta di riforma
L’Osservatorio previdenza della Cgil ha ricalcolato gli importi
La riforma delle pensioni torna al centro del confronto politico in vista della prossima legge di Bilancio. Spiega tutto QuiFinanza. La Lega torna a proporre di estendere la possibilità di lasciare il lavoro a 64 anni anche ai lavoratori del sistema misto, cioè a chi ha iniziato a versare contributi prima del 1996. Attualmente l’accesso a questa forma di pensionamento è previsto soltanto per i cosiddetti “contributivi puri”.
La questione centrale riguarda però il costo dell’operazione. Secondo le simulazioni dell’Osservatorio previdenza della Cgil, aggiornate al 6 settembre, il ricalcolo dell’intera pensione con il metodo contributivo determinerebbe una riduzione media dell’assegno del 10,6%. La perdita sarebbe permanente e, a seconda dei casi, potrebbe oscillare tra 183 e 366 euro lordi al mese.
I requisiti per accedere alla pensione a 64 anni sarebbero:
- età minima di 64 anni (dal 2027 salirà a 64 anni e un mese, fino a 64 anni e 3 mesi dal 2028);
- almeno 25 anni di contributi (dal 2027: 20 anni e un mese, fino a 20 anni e 3 mesi);
- un assegno pari ad almeno 3 volte l’assegno sociale (nel 2026: 1.638,72 euro lordi mensili);
- l’accettazione del ricalcolo interamente contributivo dell’intera pensione.
Per chi non riuscisse a raggiungere la soglia minima attraverso la sola pensione pubblica, la proposta contempla inoltre la possibilità di trasformare in rendita una parte del Tfr accumulato presso l’Inps.
Le simulazioni sui diversi profili
Per misurare gli effetti del ricalcolo contributivo, l’Osservatorio previdenza della Cgil ha elaborato tre profili-tipo. In tutti i casi si tratta di lavoratori di 64 anni con 40 anni di contributi complessivi, nove dei quali maturati prima del 1996. Le simulazioni prendono in esame tre differenti livelli di retribuzione lorda annua: 35 mila, 50 mila e 70 mila euro.
Quando entra in gioco il Tfr
È proprio il ricorso al Tfr a sollevare uno dei principali dubbi sulla proposta: per alcuni lavoratori il rischio è quello di subire un doppio effetto negativo. La simulazione della Cgil prende, ad esempio, il caso di un dipendente con una retribuzione finale di 35 mila euro lordi all’anno. Il passaggio al calcolo interamente contributivo determinerebbe già una riduzione di 183 euro al mese della pensione pubblica. L’assegno così ricalcolato, però, scenderebbe sotto la soglia minima prevista per l’uscita a 64 anni. Per raggiungerla, il lavoratore dovrebbe quindi utilizzare circa 24.360 euro del proprio Tfr, ottenendo in cambio una rendita aggiuntiva di 95 euro al mese. In pratica, l’uscita anticipata comporterebbe da una parte un assegno pensionistico più basso per tutta la vita e dall’altra la rinuncia a una quota consistente della propria liquidazione.
La soglia minima: chi rischia di restare fuori
Per molti lavoratori il problema si presenterebbe ancora prima di valutare se convenga davvero anticipare il pensionamento. Il rischio, infatti, è quello di non raggiungere la soglia minima richiesta.
La Cgil ha simulato diversi scenari:
- 25 anni di contributi e retribuzione di 20.000 euro: pensione stimata di 730 euro mensili;
- 25 anni di contributi e retribuzione di 30.000 euro: 1.094 euro mensili;
- 25 anni di contributi e retribuzione di 50.000 euro: 1.824 euro mensili.
Secondo le simulazioni del sindacato, con 25 o 30 anni di contribuzione non sarebbe sufficiente nemmeno trasformare in rendita l’intero Tfr maturato per raggiungere la soglia minima richiesta.
Quanto si perderebbe nel corso della pensione
Proiettando la riduzione sulla speranza di vita residua a 64 anni, la Cgil stima una minore pensione cumulata di:
- 55.000 euro per il profilo con una retribuzione di 35.000 euro;
- 79.000 euro per quello con una retribuzione di 50.000 euro;
- oltre 110.000 euro per il profilo con una retribuzione di 70.000 euro.
Per chi l'uscita anticipata può essere conveniente
Nonostante gli effetti evidenziati dalle simulazioni, per alcune categorie di lavoratori la proposta potrebbe risultare conveniente. In particolare, potrebbe interessare chi ha trascorso pochi anni nel sistema retributivo, chi dispone già di una pensione superiore alla soglia minima di 1.639 euro e chi considera prioritario smettere di lavorare prima, accettando in cambio un assegno più basso. Resta però il nodo della sostenibilità sociale della misura. Il rischio, secondo le simulazioni, è che l’ampliamento dell’accesso alla pensione a 64 anni finisca per riguardare soprattutto chi dispone già di redditi medio-alti, mentre potrebbero restare esclusi i lavoratori con carriere discontinue, periodi di part-time o interruzioni legate al lavoro di cura, in gran parte donne.
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