Infiltrazioni mafiose, da Pippo Calò alla Banda della Magliana: da 50 anni le organizzazioni criminali investono nell’isola
I primi affari di Cosa Nostra negli anni ’80 con Licio Gelli e Flavio Carboni
Sassari Se il nome di San Giuseppe Jato riaffiora oggi nell’inchiesta della procura di Tempio sul narcotraffico a Palau, la storia dei rapporti tra le mafie e l’isola è lunga e documentata da decenni di indagini, confische e inchieste parlamentari.
Le radici affondano già negli anni Settanta e Ottanta, quando i magistrati iniziarono a indagare su Pippo Calò, il “cassiere” di Cosa Nostra vicino ai corleonesi di Totò Riina, e sui suoi legami con la Banda della Magliana in Costa Smeralda. Il gruppo romano, diventato una holding del riciclaggio grazie ai rapporti con il faccendiere Flavio Carboni e con il “maestro venerabile” della P2 Licio Gelli, reinvestiva i proventi dell’eroina in società di comodo con cui acquistava immobili sulla costa.
Ernesto Diotallevi, legato a Calò, trascorreva le vacanze in Gallura con Roberto Calvi e Danilo Abbruciati. Proprio a Porto Rotondo lo stesso Abbruciati acquistò una villa intestata a un prestanome.
Quel modello non si è, in realtà, mai esaurito: ancora nel 2018 le autorità hanno sequestrato beni riconducibili proprio a Diotallevi. Secondo l’Agenzia nazionale per i beni sequestrati e confiscati, negli ultimi anni sono stati tolti alla criminalità organizzata circa sessanta immobili e attività in Sardegna: la maggior parte nel Cagliaritano, tra Villasimius e Quartu Sant’Elena, ma con presenza significativa anche nel Sassarese e proprio in Gallura.
Sempre nel 2018, un’altra complessa operazione della Guardia di finanza di Palermo ha portato alla confisca di diversi immobili in Costa Smeralda, in particolare nella zona di Cala del Faro, ad Arzachena. Tra i beni sequestrati, accanto a palazzi e attici palermitani, comparivano proprietà sarde e conti bancari intestati a società di comodo, alcuni dei quali celati in caveau di banche pirenaiche.
Se si torna ai giorni nostri, leggendo le carte dell’inchiesta su Palau, che ha portato all’arresto di 19 persone, parrebbe che i “picciotti” di Cosa Nostra non se ne siano mai andati.
L’indagine della procura di Tempio conferma che cambino i soggetti ma non lo scenario. L’ordinanza del gip fa espressamente riferimento a un mandamento, quello di San Giuseppe Jato, paese natale di Giovanni Brusca, Balduccio Di Maggio, Santino Di Matteo (tutti e tre pentiti), e culla di decine di uomini d’onore legati ai corleonesi di Totò Riina.
Il caso Alghero, al centro delle cronache negli ultimi anni, si inserisce in questa continuità. Nella Riviera del corallo prestanome e imprenditoria locale debole, hanno permesso l’infiltrazione della malavita campana nel tessuto economico. Decine di gelaterie, bar, ristoranti e stabilimenti balneari in mano a poche “facce pulite”.
Ma nella città che ha dato il titolo alla canzone di Giuni Russo, prima ancora della camorra era arrivata la ’ndrangheta, come ampiamente descritto da un’inchiesta della Dia di Torino di qualche anno fa. La città catalana, secondo i giudici, sarebbe dovuta essere il quartiere generale di un traffico internazionale di cocaina e lavatrice perfetta per ripulire il denaro sporco.
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