Lutto nel mondo della politica, è morto Pietrino Soddu, sette volte presidente della Regione: aveva 97 anni
Il 31 luglio l’ultima intervista alla Nuova Sardegna: dall’autonomia all’Europa, il suo sguardo era ancora rivolto al futuro dell’isola
Sassari È morto oggi, mercoledì 16 settembre, Pietrino Soddu, 97 anni, una delle figure più importanti della politica sarda del secondo Novecento. Sette volte eletto presidente della Regione tra il 1972 e il 1980, cinque legislature in Consiglio regionale, undici anni alla Camera e, più tardi, presidente della Provincia di Sassari, Soddu ha attraversato da protagonista oltre mezzo secolo di storia dell’autonomia.
Solo il 31 luglio scorso aveva concesso alla Nuova Sardegna una lunga intervista. A 97 anni, però, il suo interesse era molto meno rivolto ai ricordi personali che alle questioni ancora aperte davanti alla Sardegna. Parlava dell’autonomia speciale, dell’Europa, dello spopolamento politico e culturale, del rapporto con lo Stato e della necessità di ridefinire i poteri dell’isola. Più che tracciare un bilancio del passato, cercava ancora di interrogarsi sul futuro.
Originario di Benetutti, aveva cominciato a fare politica giovanissimo. Raccontava di esserci arrivato quasi per caso: in paese organizzava attività sportive, circoli e iniziative ricreative e furono altri a convincerlo a impegnarsi direttamente. Da lì iniziò un percorso che lo avrebbe portato dentro la Democrazia cristiana e poi nel gruppo dei “Giovani turchi”, la generazione che scosse gli equilibri della Dc sassarese e nella quale militavano anche Francesco Cossiga e altri futuri protagonisti della politica nazionale.
Di Cossiga conservava il ricordo di un amico con il quale il confronto poteva essere molto duro. Soddu rivendicava una concezione pluralista dell’organizzazione politica e raccontava le divergenze nate proprio sulla gestione del gruppo: rifiutava l’idea che una maggioranza potesse cancellare le diverse sensibilità presenti al suo interno. Una convinzione che, nella sua ricostruzione, lo aveva accompagnato per tutta la vita politica.
Tra le figure che ricordava con maggiore rispetto c’era Antonio Segni, descritto come un politico estremamente concreto e attento ai problemi del territorio. Soddu gli attribuiva un ruolo decisivo in alcune grandi scelte infrastrutturali e nello sviluppo della Sardegna settentrionale, ricordando anche il modo in cui, tornando da Roma, continuava a occuparsi direttamente delle questioni agricole e delle necessità locali.
Ma il centro dell’ultima intervista era soprattutto l’autonomia sarda. Soddu considerava la stagione della Rinascita una grande occasione non pienamente realizzata. Non tanto, sosteneva, perché fosse sbagliata l’ambizione di trasformare profondamente l’economia e la società, quanto perché alla Regione mancavano strumenti, poteri e capacità politica adeguati. Un problema che, a suo giudizio, non apparteneva soltanto al passato: riteneva che anche l’autonomia contemporanea fosse ormai insufficiente rispetto alle sfide dell’isola.
Lo stesso ragionamento riguardava l’Europa. Soddu vedeva un continente incapace di trasformarsi fino in fondo in una comunità politica e temeva che la Sardegna restasse ai margini dei luoghi nei quali vengono assunte le decisioni decisive. Per questo chiedeva una nuova capacità di negoziare poteri e interessi, senza rinunciare ai principi democratici e alle conquiste civili.
Nel suo pensiero rimaneva centrale anche la questione dell’identità sarda. Riconosceva l’esistenza di un sentimento nazionale nell’isola, ma metteva in guardia dal rischio di trasformarlo in una contrapposizione permanente tra amici e nemici. Il punto, spiegava, era stabilire quali problemi dovessero essere affrontati dallo Stato e quali invece affidati a un potere regionale più forte: dall’insularità ai trasporti, dal costo della vita alla scuola e ai servizi.
Dietro quelle riflessioni c’era la storia di un uomo cresciuto in una famiglia con pochi mezzi, che ricordava il lavoro in campagna con il padre e indicava nel riscatto sociale una delle ragioni originarie del proprio impegno pubblico. Da sindaco di Benetutti, raccontava, uno dei primi obiettivi era stato dare alle famiglie la possibilità di costruire una casa.
Alla domanda su come si collocasse politicamente, a 97 anni rispondeva ancora senza esitazioni: «Di sinistra, ma non comunista». E soprattutto ribadiva un principio che considerava essenziale: il rifiuto del monopolio del potere e la necessità del confronto.
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