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L’appello

«Diteci come è morto nostro figlio»: il grido dei genitori di Pietro, che aspetta ancora il suo ultimo viaggio

di Enrico Carta
«Diteci come è morto nostro figlio»: il grido dei genitori di Pietro, che aspetta ancora il suo ultimo viaggio

Il forestale morì a 28 anni dopo un intervento antincendio. La famiglia attende la fine dell’inchiesta: «La verità non cancellerà il dolore, ma ci aiuterà». Poi le sue ceneri potranno essere affidate al mare

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Oristano Per sé aveva immaginato un ultimo viaggio che avrebbe avuto come meta le acque del golfo di Oristano. Era un desiderio, probabilmente simile a quello di tante altre persone. Semmai è insolito che a esprimerlo fosse stato un giovane di appena 28 anni. A quell’età non si pensa in maniera così profonda alla morte, ma una riflessione sul giorno in cui non ci sarebbe stato più Pietro Cabras l’aveva fatta lo stesso con amici e con i genitori.

Se ne andò il 7 maggio 2024, il giorno successivo a un intervento antincendio nelle campagne tra Tiria e Palmas Arborea. Due anni e quattro mesi dopo la tragedia, la volontà dell’agente del Corpo forestale deceduto è però ferma, chiusa dentro un fascicolo giudiziario che solo ora sta arrivando alla fine. La famiglia aspetta che l’inchiesta compia gli ultimi passi. Aspetta di conoscere la verità su quel pomeriggio. E aspetta di poter compiere un gesto semplice e definitivo: cremare Pietro e affidarne le ceneri al mare che amava.

«Due anni e mezzo per noi sono un tempo lunghissimo – dice il padre Lello –. Non smetterò mai di chiedermi cosa sia successo davvero. Sapere la verità non farà passare il dolore, ma almeno ci aiuterà». Dopo la morte del giovane agente si è infatti aperta una complessa inchiesta per accertare le cause del decesso e ricostruire quanto avvenne durante il primo rogo della campagna antincendio del 2024 in Sardegna.

La famiglia, assistita dagli avvocati Monica Marras e Emanuele Pisano, attende ora che vengano tratte le conclusioni su quello che potrebbe essere il passaggio decisivo del procedimento: lo scorso 28 agosto il medico legale Roberto Demontis ha depositato la perizia. I familiari non ne hanno ancora preso visione, ma confidano che possa portare in tempi brevi alla conclusione delle indagini affidate allo stesso Corpo forestale e coordinate dalla sostituta procuratrice Silvia Mascia. Non è un’attesa come tante altre, è un percorso che sembra non arrivare mai a destinazione.

L’autopsia venne eseguita a settembre 2024, oltre quattro mesi dopo la morte. Il corpo fu restituito alla famiglia alla fine di gennaio 2025, consentendo la celebrazione del funerale, ma non la cremazione voluta da Pietro, impossibile finché il procedimento fosse rimasto aperto. Nei giorni scorsi la memoria del giovane forestale è stata onorata con l’intitolazione della stazione forestale di Cuglieri, dove aveva prestato servizio dal luglio 2023 fino alla tragedia.

«È stato un momento molto bello e toccante – racconta il padre –. Cuglieri era diventata la sua seconda casa e abbiamo apprezzato tantissimo questo gesto. Abbiamo ringraziato tutti per l’affetto ricevuto. Però il pensiero torna sempre all’inchiesta. Spero che presto sia tutto definito e che ci restituiscano il corpo quanto prima». Prima di indossare la divisa della Forestale, Pietro Cabras aveva seguito un percorso diverso. Si era laureato in Psicologia a Cagliari e aveva poi conseguito la laurea specialistica a Torino. Immaginava un futuro nell’insegnamento o nella ricerca universitaria, ma alla fine aveva scelto di tornare in Sardegna. Gli piaceva stare a contatto con la natura, lavorare all’aperto e contribuire alla tutela dell’ambiente. Così aveva partecipato al concorso per il Corpo forestale, entrando in servizio nel luglio del 2023.

La sua storia si interrompe il 7 maggio 2024. L’inizio della fine è il giorno prima, nel momento in cui scatta l’allarme antincendio intorno alle 14.30. Pietro Cabras è impegnato nelle operazioni di spegnimento assieme ad altri quattro colleghi. Circa un’ora dopo il rogo è sostanzialmente sotto controllo. È in quei momenti che i colleghi si accorgono che manca uno di loro. Lo cercano, ma non lo trovano perché nel frattempo è finito dentro un boschetto di eucaliptus, probabilmente perché aveva perso la strada a causa delle altissime temperature che potrebbero aver generato un colpo di calore, compromettendone lucidità e orientamento. La domanda sul perché fosse solo, inutile negarlo, continua ad affacciarsi nella mente dei familiari e dei suoi amici. Ancor più perché era alla sua prima vera esperienza nella campagna antincendio. A localizzarlo fu un elicottero della polizia. Dall’alto gli operatori individuarono il pesante atomizzatore che portava con sé. Il ritrovamento avvenne intorno alle 17.30, circa un’ora dopo che ci si era accorti della sua scomparsa, quando era a terra esanime. I sintomi che manifestò da subito furono quelli tipici di un grave colpo di calore: febbre alta, vomito, convulsioni. Entrò in coma mentre si trovava sull’elicottero in volo verso l’ospedale Brotzu, dove il giorno dopo morì.

Da allora la famiglia vive sospesa tra il lutto e l’attesa. «Quando mi sveglio continuo a pensare a quel pomeriggio, a come sono andate davvero le cose. Sapere com’è morto nostro figlio non lo riporterà indietro. Però ci aiuterà a trovare un po’ di pace». E soprattutto permetterà anche di compiere l’ultimo gesto rimasto sospeso: affidare Pietro all’azzurro del mare per cancellare il grigio della cenere.

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