Emergenza plastica, la Regione dice no ai termovalorizzatori: «Bruciare i rifiuti è impraticabile»
Il ministro Pichetto Fratin aveva aperto all’utilizzo degli inceneritori
Sassari L’emergenza plastica in Sardegna è ormai un problema strutturale, destinato a ripresentarsi a ogni picco di produzione dei rifiuti, e per questo servono soluzioni durature. Il ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin, in un’intervista alla Nuova Sardegna, ha aperto all’ipotesi di bruciare gli imballaggi negli inceneritori. Per la Regione però questa soluzione è impraticabile: la legge vieta di incenerire i rifiuti raccolti in modo differenziato e gli impianti sardi non avrebbero comunque lo spazio per accoglierli. A dirlo è l’assessora all’Ambiente Rosanna Laconi, che giudica però come «un segnale positivo» la disponibilità al confronto del ministro.
L’emergenza nell’isola
È esplosa ad agosto, quando i ritiri da parte di Corepla, il consorzio nazionale che gestisce gli imballaggi in plastica, sono stati prima ridotti e poi sospesi. La crisi del sistema del riciclo è stata causata dalla concorrenza con i prezzi dei materiali plastici praticati da mercati asiatici. I siti di stoccaggio sono stati riempiti fino al limite della capienza in tutto il Paese ed anche nell’isola. Il paradosso è che la Sardegna è tra le prime regioni per plastica raccolta pro capite, ma non ha impianti in grado di riciclarla. Per tamponare la situazione sono stati trovati nuovi spazi di stoccaggio e nei giorni scorsi sono partite dall’isola verso la penisola circa 2.500 tonnellate di rifiuti di imballaggio in plastica ed è stato programmato il trasferimento di ulteriori 2.600 tonnellate. Il problema però è tutt’altro che risolto ed ecco che si è materializzata l’ipotesi termovalorizzatore.
I termovalorizzatori
La Regione respinge l’idea del ministro per più ragioni. La prima è normativa. «Le regole europee e nazionali fissano una scala di priorità: prima si riducono i rifiuti, poi si riutilizzano, quindi si riciclano, solo dopo si recupera energia e, come ultima strada, si ricorre alla discarica. Bruciare la plastica differenziata significherebbe saltare un gradino. Negli inceneritori può finire soltanto lo scarto, ciò che resta dopo la selezione e non si può riciclare», afferma l’assessora.
Gli impianti sardi
«I termovalorizzatori dell’isola non avrebbero la capacità di trattare quantitativi ulteriori rispetto ai flussi previsti dal Piano regionale dei rifiuti – aggiunge l’assessora–. Sottrarre capacità al trattamento del secco residuo rischierebbe di aumentare i conferimenti in discarica».
Il record di differenziata
Negli anni i sardi hanno imparato a separare i rifiuti in casa, i Comuni hanno organizzato la raccolta e l’isola ha raggiunto risultati importanti. Bruciare la plastica differenziata vorrebbe dire mandare in fumo, è proprio il caso di dirlo, anche quegli sforzi. Per questo l’assessora indica un’altra direzione: «Auspichiamo che il Governo adotti soluzioni capaci di preservare i risultati raggiunti nella tutela dell’ambiente grazie alla raccolta differenziata, che consente di risparmiare risorse naturali, ridurre l’inquinamento e recuperare materiali. L’obiettivo resta quello di produrre meno rifiuti, riciclare il più possibile, bruciare solo ciò che non si può recuperare e azzerare i conferimenti in discarica».
I costi
Oggi i Comuni ricevono un compenso legato a quantità e qualità della plastica raccolta, mentre le spese successive sono a carico del sistema consortile. L’inceneritore comporterebbe costi di trasporto e trattamento, oltre ai mancati guadagni dalla vendita dei materiali riciclabili. E «quegli oneri – avverte Laconi – non possono ricadere automaticamente sui bilanci di Comuni e Regione». L’assessora definisce comunque «un segnale positivo» la disponibilità al confronto espressa dal ministro e chiede al governo soluzioni che non vanifichino i risultati ottenuti dai sardi con la raccolta differenziata. Confronto sì, dunque, ma partendo da una certezza: la plastica non potrà essere bruciata in Sardegna.
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