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L'ex bandito Annino Mele si racconta: i rapimenti, la latitanza, i 30 anni di carcere, i libri e la libertà ritrovata - L’ intervista

di Massimo Sechi
L'ex bandito Annino Mele si racconta: i rapimenti, la latitanza, i 30 anni di carcere, i libri e la libertà ritrovata - L’ intervista

Il 75enne originario di Mamoida presenterà domani il suo libro a Sassari: «A 4 anni vidi mio padre in manette. Le scelte che feci dopo furono obbligate»

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«Non penso che le scelte del mio passato siano state giuste, ma io le ho vissute come obbligate. Oggi la mia vita è un’altra: ho 75 anni, faccio il pensionato, curo un orticello e aiuto qualche amico con il bestiame per non restare fermo». Annino Mele, mamoiadino, ex primula rossa dell’anonima sarda, ha affidato alla scrittura il racconto della sua vita: i rapimenti, la latitanza, la cattura, gli oltre 30 anni di carcere, la maggior parte dei quali in isolamento, i libri e poi la libertà condizionata nel 2018. L’ultimo suo libro è “Il bandito e il santo. Contos de vivos e de mortos”, scritto insieme a giornalista austriaco Karl-Peter Schwarz che sarà presentato domani, 29 settembre, alle 18.30 alla Biblioteca di Santa Maria di Betlem, a Sassari, nell’ambito del Festival culturale e letterario City&City Off.

Il bandito del titolo del libro è lei, chi è il santo?

«È uno dei santi Cosma e Damiano del santuario di Mamoiada (nel settembre del 1955, tre uomini appena usciti dal santuario furono uccisi per errore e del fatto furono accusati il padre di Annino Mele, suo zio e suo cugino ndr). Quel luogo per me è importante perché lì, in qualche modo, è partito tutto. Avevo quattro anni e mezzo quando assistetti all’arresto di mio padre per la strage di San Cosimo. Poi furono tutti assolti, ma quella vicenda mi rimase dentro. In paese c’era chi mi indicava come il figlio dell’assassino. Vedevo mia madre piangere quando tornava a casa dopo le visite a mio padre. Tutto questo è cresciuto insieme a me, il rancore, il senso di un’ingiustizia a cui ribellarsi».

Per questo considera inevitabili le scelte successive?

«Non dico che fossero giuste. Per me, allora, furono obbligate. Le vivevo come la prosecuzione naturale di quello che era accaduto. Anche la latitanza diventò una conseguenza. La prima, per la rapina al furgone postale, nacque da una vicenda nella quale pensavo mi stessero facendo una trappola. Dopo un anno, fui assolto. Per San Cosimo andò ancora peggio: accuse completamente false che hanno messo sottosopra un paese, con gente intimorita, imprigionata e famiglie distrutte. Per quelle ingiustizie gravi non ha pagato mai nessuno».

Come si vive da latitante?

«È una vita dura. Giorni e notti in campagna, il freddo, il caldo, le intemperie e il pericolo delle battute. Conoscere la campagna aiuta a nascondersi e ripararsi, ma resta durissima. E una latitanza va sostenuta: costa tutto, costa anche la vita. Il giorno dell’arresto avevo la febbre e sete, scesi per bere e fu un’imprudenza. C’era nebbia, poi si alzò. Vedevo una camionetta, ma ne avevo un’altra alle spalle. Mi circondarono. Mi trovai due carabinieri davanti con le armi puntate e non ebbi alcuna reazione».

Poi oltre trent’anni di carcere, quasi tutti in isolamento.

«La latitanza e il carcere sono due sofferenze diverse. Fuori l’attenzione è sulle tracce, su una frasca rotta, su un sentiero con orme strane. Dentro serve una corazza che protegga il fisico e la mente: non quella della rassegnazione, ma del sacrificio e della durezza. Sapevo che sarebbe stata lunga. È stato lì che, lentamente, ho iniziato a studiare le leggi, ad aiutare gli altri detenuti nelle istanze e a scrivere. La scrittura mi è servita per incamminarmi con me stesso e rivivere le diverse fasi della mia vita».

Lei è sempre stato molto critico sul carcere e sulla giustizia riparativa.

«Oggi il carcere non ha niente da riparare. È sbagliato guardare alla prigione come se fosse il baluardo della salvezza. Il carcere non ripara, non rieduca, non crea coscienza. Io ho avuto molti problemi perché il sistema lo combattevo anche con la penna: censura, perquisizioni, isolamento, rapporti difficili con le guardie. Ma non mi reputo una persona innocente. Dico che servirebbe una giustizia più attenta».

In uno dei suoi libri ha parlato della giustizia dei “probi homines”, quello è un tipo di giusti?

«Sì. Erano persone sagge del paese che si prendevano carico di ciò che era successo e ne discutevano fino ad arrivare a una soluzione. Oggi si potrebbe recuperare quella saggezza con un sociologo, un giudice, un avvocato: una sorta di filtro prima della carcerazione. La giustizia dovrebbe riuscire a valutare meglio i fatti prima che tutto si trasformi in un arresto».

Come ha vissuto il ritorno alla libertà?

«Quando uscii fui catapultato a Milano e non capivo quasi nulla. Ero come un bambino che inizia a camminare. Dopo tanti anni dentro, ritrovarmi tra macchine, rumori e gente che camminava parlando con gli auricolari era qualcosa che non riuscivo a capire, mi sembrava di esser circondato da gente matta che parlava da sola. Poi ho fatto un anno di volontariato in una comunità per tossicodipendenti e alcolisti in provincia di Lecco. Tornato in Sardegna, ho scelto la provincia di Cagliari e ho lavorato in campagna in cambio di ospitalità per altri quattro anni».

A Mamoiada ritorna spesso?

«Non è il luogo dove vivo ma ogni tanto ritorno. È cambiata molto. Mi piace quello che hanno fatto i giovani: vigne, cantine, valorizzazione dei prodotti e attività culturali. Il paese ha fatto un bel passo avanti. Anche il banditismo di una volta è finito: le campagne sono abbandonate, sono cambiati i tempi e i tipi di reato. Quel bandito non tornerà più. Oggi c’è la droga, che coinvolge intere generazioni. Il rapimento era gestito da piccoli gruppi, la droga ha un coinvolgimento totale, da organizzazioni».

Come nasce “Il bandito e il santo”?

«Da un colloquio con Karl-Peter Schwarz, che conobbi nel 1990-91 a Nuoro. Mi spedì una macchina da scrivere in carcere a Badu ’e Carros e da lì iniziai a scrivere. Anni dopo ci siamo ritrovati grazie ad una trasmissione Rai e abbiamo deciso di scrivere insieme questo libro. Si parla della strage di San Cosimo e di tanti altri fatti: si raccontano i vivi e vengono ricordati i morti. Nella versione italiana ho aggiunto una poesia di 91 ottave in sardo, tradotta in italiano, scritta da mio cugino Giovanni Serritu mentre era in carcere per la strage. Ci sono cose che vengono dimenticate o non si sanno: era il momento di riportarle in vita e di farle conoscere».

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