La Nuova Sardegna

L’intervista del sabato

Paolo Sassu, il chirurgo sardo che ha trapiantato due mani: «Ora sogno un centro di bionica in Sardegna»

di Claudio Zoccheddu
Paolo Sassu, il chirurgo sardo che ha trapiantato due mani: «Ora sogno un centro di bionica in Sardegna»

Dal Rizzoli di Bologna agli interventi internazionali: «Con l’intelligenza artificiale faremo cose oggi impensabili, ma esperienza ed empatia resteranno decisive»

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Viste da un profano, le cose che fa sembrano fantascienza. Eppure, non è il personaggio di un romanzo di Mary Shelley. Paolo Sassu è un super chirurgo cagliaritano, specialista in ortopedia e traumatologia al Rizzoli di Bologna, con un curriculum internazionale lungo un chilometro. Tra gli interventi più complessi fatti dallo specialista sardo c’è sicuramente il doppio trapianto di mani su una paziente svedese, un’operazione trasformata in un documentario perla televisione di stato. Sassu, poi, è reduce da un altro intervento complicatissimo che ha restituito il futuro a bambino di Panama.

Dottor Sassu, perché è stato così importante l’intervento fatto a Panama?

«Perché abbiamo lavorato sulla ricostruzione di una parte del corpo che mancava per via un tumore. Il bimbo poteva essere salvato anche senza il nostro intervento, ma sarebbe stato necessario amputare il braccio e avrebbe perso una parte del suo futuro».

In che modo avete lavorato?

«Quando siamo costretti ad asportare grossa parte di un arto, la parte importante è la ricostruzione che garantirà, in futuro, una migliore qualità delle vita. Quindi abbiamo preso il tessuto da una zona sana, il femore, con tutti i vasi sanguigni, e lavorando al microscopio lo abbiamo reimpiantato sulla “testa” dell’omero in modo che potesse sopravvivere e svilupparsi grazie a quella che noi chiamiamo “placca di accrescimento” e che hanno tutte le ossa dei bambini».

Come è accaduto che un’equipe italiana operasse a Panama?

«Il merito è di un collegane panamense che si è specializzato al Rizzoli e che è rimasto in contatto con il mio collega oncologo Costantino Errani. Gli è capitato il caso e ha pensato di chiedere una consulenza. Siccome sarebbe servito ricostruire l’arto, sono stato contattato anche io perché sono tra i pochi specialisti che possono fare questo tipo di intervento».

Quando ha annunciato la riuscita di questo intervento ha anche sottolineato l’importanza delle buone notizie in ambito sanitario.

«Certo. È necessario diffondere le buone notizie perché lavorando in giro per il mondo ho notato la nostra propensione alla ricerca delle negatività. Le complicazioni, nel mondo della sanità, ci sono ovunque. Non ne ha solo chi non opera. Anche nel Nord Europa e negli Stati Uniti ci sono tanti problemi, solo che loro danno la giusta dimensione a quello che accade. Ecco, noi in Italia abbiamo tantissime eccellenze che spesso passano in secondo piano».

Tuttavia i problemi rimangono. Ad esempio in Sardegna facciamo fatica a trovare medici di famiglia e tantissimi cittadini non hanno accesso alla medicina di base.

«Ma anche questo è un problema comunissimo. Ho lavorato per dieci anni in Svezia dove esiste lo stesso identico problema. Tutti i medici vorrebbero lavorare a Stoccolma, Goteborg o a Malmoe. Nessuno vorrebbe andare nelle zone remote. Idem in Canada».

E come hanno risolto?

«Faccio l’esempio del Canada, dove i neo specializzati andavano a lavorare per due anni nelle aree più remote del Paese e ottenevano anche alcuni incentivi specifici. È capitato anche a me, quando sono arrivato in Canada sarei potuto finire per due anni nelle aree remote».

Adesso invece è rientrato in pianta stabile in Italia dopo una lunga esperienza svedese. Come mai?

«Nostalgia, c’è poco da fare. Ad una certa età riaffiora questo sentimento. Quando hai vent’anni non vedi l’ora di vedere il mondo, poi senti il bisogno di tornare a casa. In Svezia stavo bene ma l’Italia è bellissima. Noi sardi, poi, in fatto di nostalgia siamo dei veri campioni».

Come si trova al Rizzoli di Bologna?

«Abbastanza bene, è un’ospedale all’avanguardia che mi permette di fare ricerca e di trovare soluzioni non convenzionali a problemi che sembrano non avere soluzioni. Mi riferisco ai tetraplegici, agli amputati o alle persone che hanno subito lesioni devastanti al sistema nervoso».

A proposito, il doppio trapianto di mani che ha effettuato in Svezia sembra una storia di fantascienza. Che esperienza è stata?

«La più bella della mia vita, perlomeno dal punto di vista lavorativo. Parliamo di una donna che è rimasta per tanti anni senza mani. Io ho avuto la fortuna di vedere le sue nuove mani che prendevano colore e venivano rivascolarizzate per poi ritornare a muoversi. È stato fantastico».

Si sente ancora l’emozione nella sua voce.

«Noi italiani siamo così, abbiamo un’empatia superiore rispetto a tutti gli altri. La paziente, dopo la degenza, è rimasta un mese in città per la riabilitazione e ogni sabato e domenica, quando non aveva appuntamenti in ospedale, andavo nel suo albergo per aiutarla nella riabilitazione. Sono stato io il primo a tagliarle le unghie».

Vi sentite ancora?

«Certo, spesso. Da poco mi ha mandato un video in cui faceva giardinaggio. Adesso può rimettere gli anelli, fare la manicure... Sembrano cose banali, ma è questo che intendo quando dico che oltre a salvare i pazienti abbiamo il compito di restituirgli la vita. Questo, poi, è un caso particolare. È nato un legame tra noi. Pensi che mi madre, dopo l’intervento, le ha mandato un set di creme idratanti per le mani».

Ritornando alle storie di “fantascienza”, ci sono limiti a quello che la medicina potrà fare in futuro?

«Difficile dirlo, quello che è sicuro è che siamo in mezzo ad una rivoluzione, neanche tanto lenta, generata dall’intelligenza artificiale. Una cosa che mi fa piacere ma allo stesso tempo mi disturba. L’esperienza e l’empatia umana restano fondamentali, senza queste doti sarà comunque impossibile fare alcune cose. Allo stesso tempo, con l’Ia potremo realizzare ciò che prima era impossibile. Mi riferisco alla radiologia, alla lettura delle immagini radiografiche, alle loro interpretazioni. Ci aiuterà anche nei test diagnostici e, soprattutto nel campo della bionica, per tutti gli algoritmi necessari per far muovere le protesi, per decodificare i segnali nervosi e trasmetterli agli arti bionici. È una nuova frontiera che presto sarà molto più accessibile e che ci aiuterà a risolvere situazioni che prima non erano nemmeno immaginabili».

A proposito di futuro, ritornerà in Sardegna?

«È il mio sogno. Ritorno spessissimo a casa, la mia famiglia è in Sardegna ma spero, prima o poi, di riuscire ad aprire un cento specializzato in chirurgia e nelle ricostruzioni bioniche».

Un po’ come fanno i calciatori, chiuderà la carriera a casa?

«Lo spero. Magari aprendo davvero un centro di eccellenza proprio in mezzo al Mediterraneo. Cosa si può volere di più? Poi con le connessioni che abbiamo, anche con gli Usa, la cosa sta diventando sempre più interessante». 

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