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Lo speleologo intrappolato nella grotta, il racconto dei soccorritori: «Era quasi completamente sepolto. È vivo per miracolo»

di Massimo Sechi
Lo speleologo intrappolato nella grotta, il racconto dei soccorritori: «Era quasi completamente sepolto. È vivo per miracolo»

Luca Olmetto liberato dopo 27 ore, parla Daniele Nieddu del Soccorso alpino speleologico: «Durante l’intervento ci sono state altre tre frane. Una operazione complicatissima, non ricordo niente di simile»

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Sassari «È un miracolato. Era quasi completamente sepolto ma ha avuto la fortuna di avere la faccia libera dai detriti e rivolta verso la parete. Si è così creato uno spazio che gli ha permesso di respirare e di sopravvivere. Siamo riusciti a raggiungerlo dopo aver scavato per oltre 20 ore ma in tutto quel tempo la grotta poteva collassare e a quel punto salvarlo sarebbe stato impossibile». Daniele Nieddu è il responsabile operativo della delegazione speleologica del Soccorso alpino speleologico della Sardegna. È stato lui a coordinare le squadre del SAS impegnate nel salvataggio di Luca Olmetto.

Il racconto

Un intervento eccezionale durato in tutto 27 ore. «Non ricordo altri casi del genere, non solo in Sardegna ma sull’intero territorio nazionale». La frana è avvenuta a circa 6 metri dall’ingresso di una grotta senza nome, ancora in esplorazione dove Olmetto era entrato con la fidanzata. «I due stavano uscendo. La compagna era davanti e ha visto i primi movimenti della frana. Luca era poco più indietro ed è stato travolto dalla terra e dai massi. Uno di questi, in particolare, gli premeva su una gamba e lo teneva bloccato». Quello che i soccorritori si sono trovati di fronte era uno scenario complicatissimo. «Bisogna immaginare una valanga, ma al posto della neve terra e pietre». La difficoltà maggiore è stata riuscire a raggiungerlo.

«La grotta era veramente molto instabile. Durante le operazioni ci sono state altre tre frane. La strategia che abbiamo scelto è stata mettere in sicurezza la grotta, puntellare le pareti e il soffitto, rendere più sicuro il passaggio e poi scavare per portare fuori tutto il materiale. Una quantità che sembrava infinita, tra gli otto e i dieci metri cubi. Per contenere i detriti abbiamo utilizzato travicelli di legno, martinetti di ferro, pali e pannelli per armatura. La grotta ormai era chiusa: abbiamo dovuto liberarla e aprirla per poter arrivare da lui».

Il salvataggio

A sostenere le squadre durante tutte le operazioni di salvataggio è stato un segnale che alimentava la speranza di farcela. «Fin dall’inizio avevamo un contatto vocale. Lo chiamavamo dall’ingresso e lui rispondeva, era cosciente e orientato. Questo ci ha dato la forza di continuare. All’inizio pensavamo che fosse ostruita soltanto l’uscita, poi lo abbiamo sentito lamentarsi per il dolore e abbiamo capito che era incastrato. Più materiale toglievamo e più franava. Abbiamo pensato davvero di non farcela». Dopo circa 20 ore di scavi i soccorritori sono riusciti a raggiungerlo. «Una volta individuato, abbiamo cominciato a liberarlo, a effettuare i controlli sanitari e a mettergli i presidi necessari per verificare le condizioni di salute». In due giorni sono intervenute circa ottanta persone. «È stato un lavoro congiunto con i vigili del fuoco», sottolinea Nieddu. All’ingresso della grotta c’erano anche tre medici e un infermiere. Lui coordinava le squadre dal campo base, distante circa un’ora di cammino, in collegamento radio. «L’emozione dell’uscita è stata tanta».

Il tema sicurezza

L’incidente apre anche il tema sulla sicurezza dell’attività speleologica. Luca Olmetto e la sua compagna sono entrati da soli: una scelta imprudente? «Sì, in questo caso lo è stata. La regola fondamentale che consigliamo a tutti è entrare in grotta almeno in cinque. Se qualcuno ha un problema, due possono uscire a dare l’allarme e gli altri restano ad assisterlo. Ma per certi versi forse essere in due è stata una fortuna, perché avrebbero potuto esserci più persone bloccate e sarebbe stato molto più complicato riuscire a salvarle tutte». Non c’è, invece, un obbligo di segnalare una spedizione o di farsi tracciare. «C’è una regola non scritta: avvisare sempre qualcuno quando si esce e dire con precisione dove si va e a che ora si pensa di partire. Così, in caso di ritardo qualcuno può venire a cercarti». La preparazione è affidata ai corsi nei gruppi speleologici: «Non viene insegnato solo come si va in grotta, quali precauzioni seguire per farlo in sicurezza ma anche cosa è una grotta». Quando accadono eventi come quello di Urzulei c’è anche chi propone di prevedere il pagamento delle spese per i soccorsi. «La speleologia è uno sport come tanti altri. Non credo che, ad esempio, un soccorso ad un cacciatore venga pagato, perché questo dovrebbe esserlo? Siamo andati a fare un soccorso sanitario e in Italia il soccorso sanitario è gratuito». E gratuita è anche l’opera della delegazione speleologica del soccorso alpino e speleologico «Siamo tutti volontari, 260 tra speleologi e alpini che hanno scelto di mettersi a disposizione semplicemente per passione. Fortunatamente – conclude Daniele Nieddu – gli incidenti in grotta sono pochi, ci sono anche anni in cui non dobbiamo mai intervenire». Ma quando serve, come a Urzulei, la loro presenza diventa fondamentale per salvare una vita.

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