Elisa, l’abuso subito a otto anni e la fine del matrimonio: «Ho pensato anche di ritirarmi»
La terapia iniziata a 48 anni e la rottura dopo diciassette anni insieme: dal percorso personale nascono il film e il nuovo album Kintsugi
«Una persona abusata non ha mai nessuna colpa». Elisa parte dalla propria esperienza per rivolgersi a chi ha subito una violenza e fatica a parlarne. Nell’intervista a Walter Veltroni pubblicata sul Corriere della Sera, la cantautrice racconta l’abuso sessuale subito a otto anni e l’aiuto di un terapeuta cercato soltanto a 48. Alla madre riuscì a dirlo dopo molto tempo. Quel trauma, spiega, ha compromesso la fiducia negli adulti e lasciato conseguenze profonde sulla considerazione di sé e sulle relazioni. Oggi il percorso psicologico la sta aiutando ad affrontare quei ricordi: «Sto imparando a non colpevolizzarmi». Rendere pubblica la propria storia significa anche provare a essere utile ad altre donne, ragazze e ragazzi, perché non aspettino altrettanto a chiedere sostegno.
Questa riflessione attraversa Kintsugi, il progetto che comprende il nuovo album, in uscita il 27 novembre, e il mediometraggio Kintsugi… e sono la mia opera, diretto da Ludovico Boccianti e presentato alla Festa del Cinema di Roma. Il riferimento è alla tecnica giapponese che ripara gli oggetti di ceramica valorizzandone le fratture con l’oro: un’immagine scelta per raccontare la possibilità di ricostruirsi senza cancellare ciò che è accaduto.
Alla nascita del lavoro ha contribuito anche la separazione dal marito, avvenuta nel settembre 2025 dopo diciassette anni insieme e due figli. La fine di un rapporto che immaginava duraturo l’ha costretta a interrogarsi su aspetti della propria vita rimasti a lungo inesplorati. Durante la crisi ha pensato persino di ritirarsi: scrivere nuove canzoni significava avvicinarsi a verità che non si sentiva pronta ad affrontare. Riuscire a farlo le ha restituito energia e libertà creativa.
Nel film trovano spazio anche i diari che conserva dalla quinta elementare. I monologhi nascono da quelle pagine, accumulate negli anni, nelle quali ha raccontato a sé stessa emozioni, esperienze e ferite. Alla scrittura si affianca la danza, una passione che ha deciso di esprimere apertamente e che descrive come una forma di cura.
Il racconto tocca inoltre la distanza tra riconoscimento pubblico e benessere personale: i successi discografici, osserva Elisa, non risolvono automaticamente le difficoltà interiori. Da qui anche la critica alla pressione continua a mostrarsi, ottenere risultati e sentirsi giudicati, alimentata dai social.
La scelta di parlare si lega al suo impegno con Una Nessuna Centomila. Attraverso la musica e la testimonianza, Elisa vuole contribuire a contrastare il senso di colpa che può accompagnare chi ha subito un abuso: dare un nome al dolore, racconta, è stato un passaggio necessario per cominciare ad affrontarlo.
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