La Nuova Sardegna

Sassari

L’intervista

Sassari, Andrea Coroforo picchiato selvaggiamente dal branco: «Ricordo i calci in testa, le urla della mia amica, poi il buio» – VIDEO

di Luca Fiori
Sassari, Andrea Coroforo picchiato selvaggiamente dal branco: «Ricordo i calci in testa, le urla della mia amica, poi il buio» – VIDEO

Il 23enne ha riportato la frattura della mandibola ed è ricoverato nel reparto Maxillo-facciale della clinica San Pietro

4 MINUTI DI LETTURA





Sassari «Se ci fosse stato almeno un motivo, forse riuscirei a spiegarmi quello che è successo, così mi riesce complicato. Mi fa troppo male». La voce di Andrea Coroforo, pacata, quasi esitante, attraversa la stanza della clinica di San Pietro, reparto di Maxillo-facciale, dove è ricoverato dopo la brutale aggressione subita nella notte tra sabato 7 e domenica 8 febbraio e dove lavora come ausiliario.

«Sono un bravo ragazzo»

Andrea ha 23 anni, è alto 1,77 per 58 chili, esile, un fuscello, eppure negli occhi si legge la determinazione di chi vuole raccontare la propria verità. «Sono un bravo ragazzo», dice. E si vede, anche se il volto è tumefatto, la mandibola fratturata e tenuta insieme da una placca metallica. Seduto sul letto, Andrea si muove con cautela, ogni gesto misura il dolore, ma anche la volontà di essere ascoltato. Alle spalle, la corsia brulica di movimenti: medici e infermieri che passano, il padre Giovanni che non si allontana mai, sempre in piedi o seduto accanto al figlio, gli occhi tesi, lo sguardo fisso su ogni reazione, pronto a intervenire. «Quando ho visto il messaggio di Andrea erano le tre del mattino», racconta Giovanni, ancora scosso. «Ho pensato di andare a cercarli – confessa, con la voce rotta dall’ansia –, poi mi sono fermato. Non volevo aggiungere altra violenza a una storia già segnata dal sangue. Nella sfortuna a mio figlio è andata bene, perché in altri casi simili purtroppo ci è scappato il morto o l’invalidità a vita».

Gli amici in corsia

La madre, più silenziosa, entra e esce dalla stanza, premurosa, con una bottiglietta d’acqua, dei farmaci per alleviare il dolore del figlio. Piccoli gesti che parlano di un affetto discreto ma incessante. Attorno ad Andrea c’è un piccolo gruppo di amici e amiche, stazionano in corridoio, entrano a turno nella stanza, parlano piano. «Sono qui per me – dice Andrea, un filo di sorriso sulle labbra -, mi danno forza, mi fanno sentire protetto. Sono carissimi anche i medici e gli infermieri del reparto, mi stanno trattando benissimo».

Calciatore nel Monserrato

Andrea è un ragazzo come tanti. Gioca a calcio come centravanti della Monserrato, in Terza Categoria, e quei muscoli sottili, allenati e veloci, contrastano con l’esile fisico, quasi fragile, che ora è piegato dal dolore e dalla paura. «Gioco a calcio, corro, combatto in campo – racconta – ma quella notte non ho potuto difendermi». L’aggressione è avvenuta mentre passeggiava con un’amica. «Eravamo fuori a fare due passi, lei vive al Monte e dovevo riaccompagnarla a casa – racconta -. Stavamo fumando una sigaretta nella piazza, quando sono arrivati loro. Cinque, sei ragazzi. Uno mi ha detto: “Cosa ci fai qui? Non ti conosco”». Poi la bottiglia di vetro alzata come minaccia, lo schiaffo, la caduta a terra. «Quando sono caduto hanno iniziato a prendermi a calci in testa – ricorda quei momenti terribili – ho perso i sensi, mentre la mia amica urlava e chiedeva aiuto. Mi sono risvegliato in ambulanza, poi di nuovo il buio. Ho riaperto gli occhi in ospedale mentre stavo facendo la Tac».

Il senso di ingiustizia

La frattura alla mandibola, la placca metallica, il dolore pulsante, ma anche il senso di ingiustizia e incredulità. «Non c’è stato nessun motivo – ripete –, non li conoscevo, stavamo solo fumando una sigaretta prima di rincasare». Nelle stesse ore, a pochi passi da piazza del Mercato, in via Rosello, un altro uomo veniva ritrovato riverso sull’asfalto, gravemente ferito, vittima di un’altra aggressione. Trasportato in codice rosso al Santissima Annunziata, ha riportato fratture multiple al volto e alla testa. Si è temuto per la sua vita, ora fortunatamente è fuori pericolo.

La festa del Clip

La città ha tremato davanti a questa escalation di violenza, mentre proprio quella notte il quartiere festeggiava il primo compleanno del collettivo letterario Clip in piazza Pescheria, a pochi metri da piazza del Mercato, una festa simbolo di cultura e aggregazione, con musica, luci e bambini, un momento di gioia a pochi passi dal terrore.

Le indagini

Nel mentre fuori dall’ospedale si muovono gli investigatori. Gli uomini della squadra Mobile della questura, coordinati dal dirigente Michele Mecca, stanno esaminando le immagini delle telecamere di videosorveglianza della zona, cercando di ricostruire ogni passo della notte di violenza. Dai primi riscontri, sembrerebbero già stati individuati alcuni componenti della banda. Giovanissimi, in parte minorenni, che gravitano abitualmente nella piazza sopra il mercato, area da tempo sotto controllo anche per presunti episodi di spaccio. «Io non voglio vendetta», dice Andrea, gli occhi rivolti al padre, «voglio solo capire perché». Giovanni annuisce, con la voce rotta dall’emozione: «Perché così, senza un motivo, fa ancora più male». Dal letto della clinica, con l’amore dei genitori e degli amici, Andrea prova a rimettere insieme i pezzi. «Fisicamente guarirò – conclude –, ma certe cose ti restano dentro, ora ho paura a uscire di casa, spero di non incontrarli».

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Primo Piano
L’accusa

Sanità a Sassari, presunte irregolarità nella gara da 2 milioni: oculista e imprenditore rinviati a giudizio – Ecco chi sono

di Nadia Cossu
Le nostre iniziative