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Il sogno americano

Un sassarese a Stanford: Andrea scelto tra 50mila – La storia

Un sassarese a Stanford: Andrea scelto tra 50mila – La storia

La prestigiosa università californiana ha ammesso il 18enne: «Frequenterò bioingegneria e musica, hanno premiato la mia curiosità»

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Sassari Cinquantamila domande di ammissione ogni anno, delle quali viene accolto appena il 2-3 per cento. Ex allievi del calibro di Larry Page e Sergey Brin, fondatori di Google, dello scrittore John Steinbeck, di decine di Nobel e Pulitzer, oltre che di alcuni dei più importanti scienziati del mondo. Uno o due italiani che riescono a essere ammessi ogni anno. E da settembre, tra loro, ci sarà anche un sardo, a memoria il primo nella storia dell’ateneo californiano. È il diciottenne sassarese Andrea Gareddu, per il quale si apriranno le porte della Stanford University, “The Farm”, la Fattoria, dove frequenterà il double degree in bioingegneria e musica. «La cosa che mi ha colpito di più è che loro non cercano il voto perfetto. Cercano la persona».

Andrea parte da qui per spiegare perché, secondo lui, una delle università più prestigiose e selettive del mondo abbia scelto proprio lui. «Guardano certamente i risultati scolastici, ma vogliono capire chi sei, cosa fai fuori dalla scuola, quali passioni hai. Valutano tutto, non soltanto la pagella». E forse è proprio questa la chiave della sua storia. Perché Andrea è tutto tranne che il classico “secchione”. E, tra le sue tante passioni, ha deciso di non scegliere. Studia tromba al Conservatorio “Luigi Canepa”, pratica sport, è cintura nera di karate anche se oggi la sua nuova passione è la pallanuoto, gli piace parlare in pubblico, conoscere persone nuove, stare con gli amici. «Sono sempre stato quello che rompeva il ghiaccio». Una curiosità insaziabile che negli anni è diventata il filo conduttore di tutte le sue esperienze.

Diplomato con 100 al liceo scientifico Marconi, Andrea ha trascorso un anno negli Stati Uniti con il programma Rotary Youth Exchange, frequentando una high school di Eugene, in Oregon. Ha suonato in orchestre italiane e statunitensi, partecipato a competizioni musicali e a gare di matematica e fisica, conseguito il C2 in inglese e svolto un’esperienza di ricerca al Sanford Burnham Prebys, collaborando a un progetto sviluppato insieme alla Stanford University sulla cachessia muscolare. Un percorso costruito mettendo insieme interessi diversi, senza rinunciare a nessuno di essi. «Negli Stati Uniti fare tante cose è considerato un valore – spiega –. Se studi musica, fai sport, volontariato o ricerca, tutto contribuisce a raccontare chi sei. In Italia, invece, mi è capitato di sentirmi dire: “Peggio per te che hai scelto di fare tante cose”. Quello americano è un sistema che premia la multidisciplinarietà e considera le attività extracurriculari parte integrante della formazione».

Anche il modo di affrontare gli errori gli è sembrato diverso. «Lì il fallimento non è uno stigma. Se una cosa non va, si riparte. C’è molta più fiducia nel futuro e nella possibilità di cambiare, di migliorare». Ma c’è un altro aspetto che lo ha colpito ancora di più: il rapporto tra università e lavoro. «Lì l’università è un investimento che ti restituisce un vantaggio reale. Entri nei laboratori mentre studi, vieni coinvolto nella ricerca, spesso trovi lavoro ancora prima della laurea. Da noi questo collegamento, anche nelle università migliori, si è un po’ perso». E in un ecosistema come quello di Stanford, aggiunge, anche trasformare un’idea in una startup è considerato quasi naturale. «Ti lasciano spazio, ti incoraggiano a provarci». Una differenza che, secondo Andrea, nasce anche dal modo in cui viene interpretata la competizione. «È una competizione fortissima, perché arrivano ragazzi da tutto il mondo. Ma è una competizione sana, nella quale chi dimostra capacità viene incoraggiato a crescere, non ostacolato, o sorpassato con dinamiche poco chiare».

Anche il metodo di studio, racconta, è maturato negli anni. «Prima cerco di capire il quadro generale, il senso di quello che sto studiando. I dettagli vengono dopo. E poi mi ripeto sempre ad alta voce, camminando». Un metodo affinato fin dalle elementari, insieme a una capacità di organizzazione che considera decisiva. «L’entusiasmo da solo non basta. Bisogna imparare a gestire il tempo, trovare il proprio equilibrio e seguirlo con disciplina». Il percorso, però, non sarebbe stato possibile senza una famiglia che ha sempre incoraggiato la sua curiosità. «Fino alle elementari abbiamo dovuto spingerlo un po’ – racconta il padre –. Poi è andato completamente da solo». In casa c’era una regola semplice: provare tutto quello che incuriosiva, ma portare sempre a termine gli impegni presi.

C’è poi un altro luogo comune che Andrea vorrebbe sfatare. Quello dei costi. Frequentare Stanford costa più di 100mila dollari l’anno tra tasse universitarie, vitto, alloggio, assistenza sanitaria e materiali didattici. Una cifra che scoraggia molti ragazzi ancora prima di presentare domanda. «Ed è un peccato, perché funziona diversamente da come si pensa». Una volta deciso di ammettere uno studente, infatti, l’università valuta anche la situazione economica della famiglia e costruisce il sostegno finanziario di conseguenza. «Se pensano che tu abbia valore, investono su di te». Nel suo caso Stanford coprirà una parte consistente dei costi e un ulteriore sostegno arriverà dalla Fondazione di Sardegna. Il risultato è che la famiglia sosterrà una spesa finale paragonabile a quella necessaria per mantenere un figlio iscritto a una buona università italiana. «Molti ragazzi rinunciano senza neppure provarci – sottolinea Andrea – Invece bisogna candidarsi. Se vieni ammesso e hai bisogno di un aiuto economico, loro fanno di tutto perché il denaro non diventi un ostacolo». Andrea non idealizza però gli Stati Uniti. «Gli americani sono più freddi all’inizio. Qui basta condividere qualche giorno di scuola per diventare amici. Lì serve più tempo». Ma una volta costruito il rapporto, racconta, l’amicizia diventa altrettanto solida. Sa già che gli mancheranno la Sardegna, gli amici e perfino un buon piatto di pasta. «Gli ingredienti sono diversi», sorride. A settembre salirà sull’aereo con una valigia piena di libri, spartiti e aspettative. Destinazione “The Farm”. Non parla di fuga né di sogno americano. «Il posto segue l’obiettivo. Se voglio fare ricerca ai massimi livelli devo andare dove quella ricerca si fa meglio».

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