La Nuova Sardegna

L'intervista

Max Angioni: «Dai miei nonni ad Arborea ho imparato a fare ridere tutti. Sanremo? Geppi la migliore di sempre»

di Alessandro Pirina
Max Angioni: «Dai miei nonni ad Arborea ho imparato a fare ridere tutti. Sanremo? Geppi la migliore di sempre»

Il comico si racconta: le estati nell'isola, la terza elementare a Olbia, la gavetta alle feste dei bambini, il successo in tv. E il 12 marzo sarà a Sassari con il suo show

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È uno dei volti televisivi emergenti. O forse ormai emersi, visto è già da quattro anni al timone di un programma rodato come le Iene che in quasi trent’anni ha visto alla conduzione il gotha della tv, da Simona Ventura ad Alessia Marcuzzi, da Claudio Bisio a Luca e Paolo. Ma il successo, per Max Angioni, è arrivato dopo una lunga gavetta che, di fatto, è stata un’ottima palestra per i suoi spettacoli da tutto esaurito che porta in giro per l’Italia. Il 12 marzo il comico lombardo sarà al Teatro Comunale di Sassari, data di Shining Production in collaborazione con Roble Factory, con “Anche meno”, che poi replicherà al Massimo di Cagliari il 25 maggio. Uno spettacolo in cui il comico, con il ritmo serrato della Stand Up Comedy e il talento da improvvisatore, si diverte e soprattutto fa divertire il pubblico.

Max, partiamo dal cognome, Angioni. Originario di…?
«Nonni di Arborea».

C’è molta Sardegna nella sua infanzia?
«Da piccolino la frequentavo tanto nelle vacanze. E poi per un anno ho vissuto a Olbia, dove ho fatto la terza elementare».

Sui social ha ritrovato qualche ex compagno di classe?
«Dalla Sardegna credo nessuno si ricordi di me. Ma anche io l’unica cosa che ricordo è che mio padre lavorava in un locale che si chiamava Freesby».

Quando ha scoperto la sua vena umoristica?
«A 12 anni avevo provato a fare teatro all’oratorio. Dovevo fare la parte di Simba, il Re leone. La prima battuta era Simba che chiama Mufasa: “papà, papà”. Leggo la mia parte e tutti scoppiano a ridere. È stato traumatico, perché io non volevo fare ridere. Dunque, è stata la comicità a trovare me. Da quando ero piccolino è sempre stata uno strumento di difesa, utile per metabolizzare anche le cose negative, le giornatacce. La comicità è una necessità vitale».

Il suo primo palco?
«La palestra delle elementari a Ponte Chiasso, frazione di Como. Mettevamo in scena “La guerra dei bottoni” davanti a tutte le classi, tutti i parenti. Ero il bambino che più di ogni altro voleva fare quella recita, ma ricordo che avevo una sola battuta. Che era: “entriamo”. Neanche una frase, almeno avrei potuto giocare sui tempi. No, solo una parola».

Il primo che ha fatto ridere?
«Mi viene in mente la Sardegna. C’era il fratello di mio nonno, nato e morto ad Arborea. Avevo un libro di barzellette e lui, vista questa mia verve, durante una cena mi fece salire sul tavolo a raccontarle. Si creò questo clima ilare, tutti ridevano, non so se di me o per me...».

Chi è invece la persona più difficile da fare ridere?
«La mia ex. Forse è anche per quello che è diventata ex».

La sua gavetta sono state le feste dei bambini. Come erano?
«A metà tra un girone infernale e un incontro di wrestling. In queste feste ci sono dieci bambini buoni, cinque così così, tre un po’ agitati e due demoni. Purtroppo i due demoni monopolizzano tutta la festa. Davanti a questi bambini l’unico modo per sopravvivere per me e il mio collega, vestiti da gnomi o supereroi, era dare il 100 per cento dell’energia: e pensare che oggi ne do appena il 15. Non vedevo l’ora di tornare per casa farmi la doccia e bruciare i vestiti. Nove anni di feste di compleanno non le auguro a nessuno».

Primo palco importante, lo Zelig.
«Ero molto spaventato. La cosa bella dello Zelig è che chiunque può fare il provino, ma - come diceva un famoso comico - dopo che fai quei tre gradini che ti separano dal backstage al palco nessuno ti regala niente. È tutto nelle tue mani. A fine serata Giancarlo Bozzo mette tutti in cerchio e dà una valutazione. Quel giorno si gira verso di me: “cazzo, quello che fai funziona”. Per me era la fine di quelle voci nella mia testa che dicevano che ero bravo. A dirmelo era stato una persona che ne aveva visti tanti...».

Chi erano i suoi idoli?
«Aldo Giovanni e Giacomo, Antonio Albanese, Fabio De Luigi sono quelli che mi hanno fatto più ridere. Senza dimenticare il grande contributo che ha dato Roberto Benigni alla commedia. E poi Beppe Grillo, che, prima della fase politica, ha fatto cose che nessun comico di oggi si sogna: 12 palazzetti di fila che neanche Ultimo».

Molti di loro poi li ha conosciuti.
«De Luigi: uomo di una sensibilità e una umiltà sbalorditiva. E Giacomo Poretti: ci vogliamo bene. La cosa brutta è che quando li incontri diventano necessariamente persone, smettono di essere quella cosa lì...».

E tra i comici sardi?
«Pino e gli Anticorpi, Baz. E poi Geppi: lei è un esempio. Il modo in cui lei ha fatto Sanremo è quello giusto. Che è lo stesso di come conduce “Splendida cornice”. Geppi porta sempre la comicità in un contesto fresco e attuale».

Nell’ultimo festival di Sanremo chi le è piaciuto?
«Mi ha fatto ridere Nino Frassica. Adoro Ubaldo Pantani ma non mi è piaciuto come è stato utilizzato. Non puoi dire a un comico: fai questa imitazione, fai quest’altra. Prima ho fatto i complimenti a Geppi Cucciari, perché di solito un comico a Sanremo non funziona - la platea, spesso invitata, vuole solo le canzoni - e l’unico modo per affrontarlo è stato quello suo o di Fiorello. Piccoli contributi comici sul festival per sdrammatizzare, per smitizzarlo».

Cosa pensa del caso Pucci?
«Premesso che non conosco tutte le critiche e le minacce personali ricevute, io credo che ci sarei andato. Sanremo è l’apice e per la sua carriera sarebbe stata una bella ciliegina sulla torta. Mi dispiace che questa ondata di rumore social gli abbia fatto cambiare idea».

Dallo Zelig finì a Colorado, ma per il Covid fu annullato tutto: come la prese?
«Avevo già girato una puntata. Ero al settimo cielo: dal digitale terrestre passavo a Italia 1. Potevo dire: “sta iniziando la mia carriera”. E invece tutto si è interrotto. È stato traumatico, ma personalmente non posso lamentarmi. Quell’inferno è stato il bozzolo da cui è nata quella che è questa mia breve carriera: da lì sono arrivati Italia’s got talent, Lol e tanto altro».

A Lol uscì quasi subito: tornerebbe per fare ridere...?
«Di quella edizione sarebbe bello riuscire a fare ridere Corrado Guzzanti e Maccio. Ma le persone che mi piacerebbe fare ridere di più sono i miei amici Andrea Pisani e Federico Basso. E poi ovviamente la mia ex...».

Lei è una Iena?
«Io faccio il comico, ci sono capitato. La conduzione è nata per caso, ero andato per fare un monologhetto. Ma noi conduttori siamo la cosa più esterna, il programma sono i servizi».

Ma è più iena lei o Veronica Gentili?
«Più lei. Quando c’è un servizio che la tocca, lei improvvisa, senza gobbo, non c’è nessuno che la fermi».

Citando il suo film: esprima un desiderio?
«A una domanda complessa devo dare una risposta complessa. Il mio desiderio non è la pace nel mondo, ma la mia pace interiore. E perdere 10 chili per avere prima o poi gli addominali».

Cosa deve aspettarsi il pubblico di Sassari?
«Di tutto. Nelle ultime due repliche due persone sono svenute. È un evento che non si può controllare. Viviamo un mondo in cui siamo sempre davanti agli schermi e incontrarsi dal vivo è come sentire delle scosse telluriche che smuovono le nostre anime».
 

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