Nell’ultimo libro di Michela Murgia «errori e ricostruzioni senza fondamento su Grazia Deledda»
Nel volume pubblicato postumo da Einaudi vengono attribuite alla scrittrice nuorese vicende e motivazioni che, secondo fonti e documenti citati nel testo, non trovano riscontro storico
Le ragioni del lungo accanimento di Michela Murgia nei confronti di Grazia Deledda sono probabilmente destinate a restare un mistero. Accanimento, sì: perché solo così si può definire per quantità e qualità (qualità si fa per dire) l’insistenza con cui la Murgia è intervenuta sulla Deledda, almeno dal 2009 in avanti, in prefazioni, esibizioni pubbliche e interviste, ripetendo e assommando nel tempo una serie desolante di errori marchiani, distorsioni del lavoro di critici e studiosi, goffi tentativi di ribaltamento ideologico e di (anche qui si fa per dire) interpretazione delle opere. Potremmo riempirne pagine e pagine del nostro giornale: non esageriamo; ci limitiamo a rimandare a quanto abbiamo brillantemente detto nel convegno deleddiano svoltosi a Sassari nel 2021 (il video si trova sul canale YouTube dell’Isre) e scritto nella ponderosa miscellanea deleddiana del 2022 curata da Dino Manca.
Ma eccoci all’oggi, al fresco di stampa “Lezioni sull’odio” (Einaudi, 120 pagine, 14 euro), che, nelle parole del curatore Alessandro Giammei, contiene «un’edizione» di tre «formidabili lezioni sull’odio» tenute da Michela Murgia «all’Università di Aristan nell’anno accademico 2011/2012». Bene: nella “lezione” conclusiva, le sette pagine che chiamano in causa Grazia Deledda consegnano una nuova stanza alla già profonda galleria dell’accanimento murgiano.
Entriamo subito nel dettaglio. Circa l’innamoramento della Deledda per Stanis Manca, testimoni le lettere di lei vergate dal maggio 1891 al febbraio 1894, la cabrarese scrive: «(…) lui sconcertato da questa figuretta sgraziata non saprà fare altro che arretrare e sparire, non rispondendo più alle lettere che lei continuerà a scrivergli. Per anni. Finché non si fidanzerà con Palmiro Madesani – unu antru sciapidu – (…). Grazia (…) alla fine è costretta appunto a sposarselo un utile idiota. Però sa il fatto suo, sa che ama ancora quell’altro. Quindi, poche settimane prima di sposarsi, scrive a Stanis e gli dice (parafraso): “Io mi sposo tra un mese, se mi devi dire qualcosa dimmelo adesso o mai più!”». L’unica missiva indirizzata a Manca che risponde a tali requisiti – la Deledda, conosciuto Madesani, è a meno di un mese dalle nozze – è del 18 dicembre 1899, e vi leggiamo: «Ora dimentichiamo il passato (…). Sogno un po’ di felicità; l’uomo che mi darà il suo nome è giovine, bello, intelligentissimo, ma soprattutto è buono e mi ama per me, cosa che finora non m’era accaduta, e che mi decide a sposarlo. Addio, addio, Stanis. (…)».
Ottima cosa le parafrasi, ma qui siamo nell’ambito, affatto diverso, dell’invenzione. A conferma, vi invitiamo a scorrerlo per intero, quel testo del 1899: già ben noto grazie al volume “Lettere inedite” del 1966, è contenuto anche in “Amore lontano”, uscito per Feltrinelli nel 2010. Che è il libro da cui Michela Murgia l’avrebbe letto: è presente, unico titolo riguardante la Deledda, nella bibliografia delle “lezioni”. Vediamo come va con la ricostruzione della vita famigliare della Deledda. «Prima muore la mamma, poi muore il babbo»: e non è vero (in una lettera a De Gubernatis del 1892, anche questa nota dal 1966: «Da poco ho perduto il babbo (…). Ora vivo con la mamma e i miei fratelli e le piccole sorelle»). «È la seconda di cinque sorelle cui si sarebbero aggiunti due fratelli»: e non è vero. I maschi nascono prima: Santus nel 1864 e Andrea nel 1866, l’ultima delle femmine nasce nel 1879: fanno fede i tanti atti ufficiali conservati. Per quanto possa sembrare assurdo, questo – e per limiti di spazio dobbiamo sacrificare incontabili altri rilievi – è comunque niente se comparato al cuore del problema: i motivi che giustificano, per Michela Murgia, l’inserimento della nuorese nelle sue “lezioni” sull’odio. «Sette fratelli erano: muoiono tutti prima di lei. Grazia rimane unica erede, eredita tutto il bene della famiglia Deledda, e cioè una casetta lì nel rione di Santu Predu»: e non è vero. Non è vero nulla. Rispetto al 1913 in cui secondo la Murgia la Deledda avrebbe venduto tutto in conseguenza del suo odio verso la famiglia, sono ancora vivi la madre i maschi e le sorelle Peppina e Nicolina (sarà quest’ultima a vendere la casa, e nel 1912). «Che cosa fa? (…) mette in pratica il detto nuorese Mantene s’odiu, ca s’occasione no mancat (…). prende tutta l’eredità e la vende. La vende! Vi sembrerà forse banale, e invece è un capolavoro. (…) a loro dice: tutto quello che avete costruito, tutto quello per cui avete lavorato (…) tutto questo io lo vendo. Di voi non rimane niente qui (…). Esiste un odio più intelligente di questo? È un gesto clamoroso, di non-violenta violenza, di cui nessuno è capace». Talmente tanto la Deledda odiava Peppina (che no, non era morta) che ne accolse in casa per alcuni anni la figlia Mirella a Roma. Talmente tanto odiava Nicolina che, venduta la casa di Nuoro, la volle con sé nella Capitale a poca distanza dalla propria abitazione, e le fece illustrare alcune novelle, ad esempio nel 1919 e nel 1920, dando così visibilità nazionale al suo lavoro di artista; talmente tanto la odiava che nel 1922 la soprannominava «Nicoccola», e che nel ’25 cominciava una lettera da Cicognara con «Carissima Nicolina». Chiunque potrà verificare i nostri riferimenti in “Grazia Deledda. Biografia e romanzo”, uscito nel 1987: un quarto di secolo prima delle “lezioni”.
Siamo davanti, è chiaro, alla pressoché totale ignoranza della materia-Deledda (perché trattarla, allora?) e al consueto procedere murgiano per cui anche il dato storico o bibliografico più facilmente accessibile viene piegato per dimostrare la tesi stabilita a priori. Inevitabile chiedersi con quale spirito l’editore abbia deciso di confezionare questo libro: con quale attenzione e rispetto per le fonti, per la Deledda (non che sia un obbligo, certo, del resto cos’ha fatto mai?) e soprattutto per il lettore. Specie per quel lettore giovane o giovanissimo che rischia di reperire “Lezioni sull’odio” nella biblioteca del suo istituto: e credere a ciò che c’è scritto.
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