La Nuova Sardegna

L'intervista

Cochi Ponzoni: «Io e Renato, un’amicizia lunga una vita. Sanremo con J-Ax? Era la prima volta: un delirio»

di Alessandro Pirina
Cochi Ponzoni: «Io e Renato, un’amicizia lunga una vita. Sanremo con J-Ax? Era la prima volta: un delirio»

L'attore lombardo si racconta: il legame con Pozzetto, gli esordi davanti a Fontana e Fo, il successo in tv, la separazione

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Insieme a Pozzetto ha scritto la storia dell’umorismo. Cochi e Renato sono considerati il simbolo di quell’ironia non-sense, surreale e garbata, che occupa un posto di rilievo nell’enciclopedia dello spettacolo italiano. Domenica 29 marzo Cochi Ponzoni sarà a Sassari al teatro Verdi (ore 11 e 18) con “Bird Lives!”, produzione originale in cui l’Orchestra Jazz della Sardegna sarà diretta da Gabriele Comeglio e in cui l’attore presterà la sua voce. Il progetto, all’interno della rassegna JazzOp, prende il nome dal libro di Ross Russell ed è dedicato alla vita del sassofonista Charlie Parker.

Aurelio Ponzoni noto Cochi: qualcuno l’ha mai chiamata con il suo vero nome?
«Mia mamma ha iniziato a chiamarmi così per un personaggio dei fumetti del Corriere dei piccoli degli anni ’40, Chico Cocchi, un neonato che lei sosteneva mi somigliasse moltissimo. Da allora mi è rimasto fino alla mia attuale tenera età...».

Ma lei da bambino cosa voleva fare da grande?
«Non lo ricordo neanche più. Sicuramente mi piaceva molto disegnare ed ero sin da piccolo un intrattenitore. Intrattenevo le mie sorelle maggiori con cazzate. Mi portavano a messa contro la mia volontà e io imitavo il prete, riprendevo i suoi tic. Già da bambino avevo la tendenza a recitare, a ripetere i tic dei personaggi che trovavo ridicoli».

Il suo primo ricordo di Renato Pozzetto?
«Era un compagno di giochi quasi in fasce. Avremo avuto 2-3 anni. I nostri genitori erano già amici e ci avevano portati in questo piccolo paese sul lago Maggiore, Gemonio, durante i bombardamenti di Milano. Eravamo molto in sintonia, fin da piccoli ci divertivamo a cazzeggiare. Con le nostre biciclettine ci allontanavamo da casa e quando tornavamo erano sberle».

Come nasce il vostro sodalizio artistico?
«Una cosa naturale. Già da studenti andavamo in questa osteria, l’Oca d’oro, che era frequentata da artisti, pittori, scrittori. A 13-14 anni abbiamo cominciato a cantare, suonare la chitarra, canzoni anarchiche. Ci esibivamo davanti a un pubblico formato da Lucio Fontana, Piero Manzoni, Dario Fo, Dino Buzzati, Umberto Eco. Non sapevamo neanche chi cavolo fossero, ma ci presero in simpatia, soprattutto Fontana. E da lì nacquero tutte le nostre avventure».

Com’è avvenuto il passaggio dall’osteria al cabaret?
«Accanto all’osteria c’era una galleria d’arte, La Muffola, dove esponeva le creazioni il gruppo di Albissola, appunto il Fontana, il Manzù. I gestori, Tinin e Velia Mantegazza, ci chiesero di andare a canticchiare mentre i clienti compravano opere d’arte. Come in osteria. E questa galleria fu l’antesignana del cabaret. Oltre a noi c’erano Giorgio Gaber con le sue canzoni, Enzo Jannacci che ancora non conoscevamo, Paolo Poli che improvvisava qualche monologo. Fu a quel punto che i Mantegazza ci chiesero di aprire un cabaret insieme a loro, Bruno Lauzi, Lino Toffolo e Felice Andreasi...».

Il Cab 64.
«Sì, abbiamo affittato il sottoscala di un bar in via Santa Sofia e abbiamo cominciato a esibirci professionalmente, dividendo i magri incassi della serata. Eravamo un gruppo molto solidale. L’unico già affermato era Lauzi che con “Ritornerai” aveva venduto un milione di copie. Al Cab 64 è iniziata una storia».

Ed è lì che nasce il vostro sodalizio con Enzo Jannacci.
«Quando ci ha scoperti siamo diventati un trio più che un duo. Con lui ci siamo trasferiti al Derby, dove siamo rimasti per quasi dieci anni».

Cosa è stato il Derby?
«Era un punto di riferimento nazionale, non più solo locale. Venivano a vederci da tutta Italia. Venne Alberto Sordi che da Roma aveva sentito gli echi di questo locale. E poi Nino Manfredi, Mario Monicelli, Lina Wertmüller, tutti curiosi di vedere questo posto di pazzoidi fuori dagli schemi».

Dal cabaret alla tv.
«Tutto nacque da un invito che fece a me e Renato Marcello Marchesi. Anche lui frequentava il nostro cabaret e aveva visto in noi qualcosa che poteva essere dirompente rispetto al linguaggio comico di Walter Chiari, Carlo Dapporto, Renato Rascel. Quando gli commissionarono Quelli della domenica volle noi e Paolo Villaggio. Eravamo gli eversivi della situazione. All’inizio abbiamo faticato, il nostro linguaggio non era quello tradizionale».

Cinquant’anni dopo, però, le vostre canzoni sono delle evergreen. Tanto che quest’anno J-Ax l’ha voluta a Sanremo.
«Mi ha fatto vedere cosa voleva fare, mi è piaciuto e mi sono trovato per la prima volta in quel delirio che è Sanremo. Mai vista una cosa del genere».

La separazione di Cochi e Renato: colpa del cinema?
«È stata una cosa molto amichevole. A Renato avevano offerto un film, venne da me e Jannacci a farci leggere la sceneggiatura e ci piacque. Una settimana dopo Alberto Lattuada mi chiese di fare il protagonista di “Cuore di cane”. La nostra separazione è avvenuta in modo consensuale, molti registi volevano la coppia cinematografica che noi non volevamo fare, perché il nostro linguaggio non poteva essere cinematografico. È stata una scelta ragionata, senza astio».

E lei si è dedicato al teatro.
«Il cinema era sempre più ripetitivo, ho conosciuto Duilio Del Prete e ho iniziato a fare principalmente prosa, togliendomi grandi soddisfazioni».

Oggi qual è il suo legame con Renato?
«Siamo sempre amici. Gli anni sono passati, ma noi siamo sempre quelli che giocavano e cantavano insieme. Lui ora purtroppo non sta benissimo, mentre io continuo a fare il saltimbanco. Come farò a Sassari».

Perché Charlie Parker?
«È un tipo di musica che mi piace tanto, la amo da quando sono ragazzino. E lavorare con questo gruppo di musicisti di incredibile bravura è ogni volta una festa».

Cochi e la Sardegna.
«L’ho sempre amata, l’ho frequentata tanto anche per lavoro. È una terra meravigliosa e mi fermo qui per non dire banalità. Ma qualche volta ho pensato di trasferirmi a Cagliari, città bellissima».

Rimpianti?
«No, per fortuna ho fatto tutto quello che mi piaceva fare».

Oggi chi la fa ridere?
«Aldo Giovanni e Giacomo mi fanno ridere sempre. E oggi vado a vedere Paolo Rossi per capire se mi fa ridere ancora».
 

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