Enzo Avitabile: «Pino Daniele, James Brown, Luigi Lai: vi racconto la mia vita in musica»
Il grande sassofonista napoletano al Teatro Verdi a Sassari con l’Orchestra Jazz della Sardegna
Wikipedia lo definisce cantautore, compositore, sassofonista. Manca la parola gigante, perché Enzo Avitabile è un gigante della musica, della cultura partenopea. E domani, 26 aprile, la sua storia sarà “raccontata” sul palco del Teatro Verdi di Sassari, dove - doppio appuntamento alle 11 e alle 18 - andrà in scena l’ultimo appuntamento della rassegna “JazzOp”. Si tratta di “Jazz Song”, nel quale l’Orchestra Jazz della Sardegna eseguirà gli arrangiamenti che il musicista e compositore Mario Raja ha scritto appositamente per l’orchestra sarda da lui diretta nell’occasione. Sul palco con loro anche Enzo Avitabile, una musicalità, la sua, che incorpora musica classica, blues, jazz, soul e world music.
Avitabile, partiamo da questo progetto Jazz Song che porterà a Sassari.
«È una trasposizione in chiave jazz della mia musica. È una idea nata con il maestro Raja che ha curato gli arrangiamenti. I pezzi sono i miei, più qualche omaggio. Diciamo che è una motivazione di racconto. Sono quattro gli elementi sempre presenti nella mia musica: parola, suono, jazz e danza. Sarà un racconto in musica, che toccherà anche la mia storia con James Brown e un omaggio a Pino Daniele. Lui, come anche James Senese, ci sono in ogni canzone, in ogni gesto. Suonano anche loro con me».
Cosa è per lei il jazz?
«Se dovessi ispirarmi a LeRoi Jones dovrei rispondere che nasce come musica del colonizzato e diventa anche musica del colonizzatore, andando a creare un nuovo linguaggio. Io mi rifaccio a quella affermazione che dice che il jazz finisce nel momento in cui lo definiamo, ma chiaramente ha una sua collocazione storica, scientifica, anche politico-culturale. Dall’America si è spostato e oggi abbiamo forme espressive di jazz in tutto il mondo».
Perché in Italia la World music viene spesso relegata al folk, al tradizionale?
«Se penso ai miei 3mila concerti in Italia dovrei rispondere che non è così. Io sono un po’ il capostipite della World music, che è l’insieme dei suoni che ogni giorno incrociamo. C’è il recupero dell’identità ma c’è anche il bisogno di accogliere suoni nuovi, idiomi. Se non nasce questo suono nuovo rischia di rimanere solo e sempre tradizione. Noi cerchiamo di fare opere che diventano prodotti e ne siamo felici. Il punto di partenza deve però essere sempre l’opera. Il suo successo, il fatto che piaccia è l’obiettivo finale».
Come era musicalmente la Napoli degli anni ’70?
«C’era una musica che veniva continuamente contaminata. Nasceva dal juke box, c’erano i gruppi beat. Ma per me c’era anche la musica di James Brown, Tina Turner, Randy Crawford, Afrika Bambaataa. Ognuno ha fatto la sua sintesi. Molti sono rimasti al modello afroamericano, io dal 1989, dopo l’incontro con James Brown, ho lavorato alla disamericanizzazione del linguaggio. Un suono totalmente libero attraverso melodie di origine greca e strumenti che creo io. Un suono non inedito ma non omologato».
Se le dico James Brown qual è la prima parola che le viene in mente?
«Fu lui a dirmi: “sei bravo, ma ora fai qualcosa di tuo e ricomincia dalla tua terra”. E così ho fatto».
E la Napoli di oggi com’è?
«Dopo di me nella parte periferica della città sono nati tutti i rapper. Da Ntò, che è mio nipote, fino a Geolier. E io, essendo stato un loro complice, ho fatto featuring con tutti: Guè, Rocco Hunt, Clementino».
Jonathan Demme, il regista de “Il silenzio degli innocenti”, ha fatto un film su di lei.
«Ho pensato a una bagaria, a una bufala. E invece era vero. Mi disse: “è da tre anni che ascolto la tua musica”. E così abbiamo fatto questo bellissimo documentario che non è celebrativo, anche perché io sono ancora in vita. Demme mi disse: “raccontiamo come si svolge la tua settimana, un film sul tuo pensiero musicale”».
C’è anche un pezzo di Sardegna in questo film.
«Io amo i miei amici storici, come Luigi Lai, Elena Ledda, Mauro Palmas, Gavino Murgia. E una delle prime cose che dissi a Demme è che non potevo rinunciare a “su ballu e missa” con le launeddas di Luigi Lai. E lo rifarò anche a Sassari con l’Orchestra Jazz».
Nella sua carriera c’è anche un Sanremo in gara.
«Ho fatto tutto, perché non fare anche Sanremo? Fu Claudio Baglioni a convincermi: “vieni come concorrente, fatti venire un’idea”. E così mi sono presentato con Peppe Servillo, che un festival lo aveva già vinto. Dopo tre anni poi sono tornato come superospite di Fiorello con i Bottari di Portico. Non mi ero mai divertito tanto».
Ma se la chiamasse Stefano De Martino tornerebbe al festival?
«Io faccio tutto se c’è ispirazione. Se non c’è non serve a niente».