La Nuova Sardegna

L'intervista

Paolo Rossi e Caterina Gabanella: «Vi raccontiamo il mestiere dell’attore tra coraggio, capacità di ascolto e precarietà»

di Alessandro Pirina
Paolo Rossi e Caterina Gabanella: «Vi raccontiamo il mestiere dell’attore tra coraggio, capacità di ascolto e precarietà»

I due artisti protagonisti di una masterclass all'Andaras traveling festival di Fluminimaggiore

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Si sono conosciuti alla Maddalena, alla Valigia dell’attore di Giovanna Gravina Volonté. È nato lì il sodalizio artistico tra Paolo Rossi e Caterina Gabanella, che in questi anni ha continuato ad avere la Sardegna come uno dei palcoscenici preferiti. A Buggerru hanno messo su un laboratorio per registi dedicato a giovani e anziani, fortemente voluto dalla associazione ViviBuggerru. E proprio grazie a quella esperienza dal 3 al 5 luglio Rossi e Gabanella terranno a Fluminimaggiore, all’interno dell’Andaras traveling festival, una masterclass d’eccezione, “Recitazione d’emergenza”, dedicata al lavoro attoriale.

Quali caratteristiche un attore non può non avere?
ROSSI: «Il coraggio, soprattutto in questo momento storico. È un lavoro fatto di scommesse, di fattori che a volte diventano ostacoli da superare. Se manca il coraggio meglio non intraprendere questo percorso».

GABANELLA: «E deve sapere che vivrà nella precarietà».

E quali non deve avere?
ROSSI: «Non deve essere egocentrico, deve imparare ad ascoltare. Qualcuno nel teatro più istituzionale o nel cinema statale dice che la recitazione è azione. Io vado in senso inverso: la recitazione è reazione, prima ascolti e poi reagisci».

Quando è scattata la molla della recitazione?
ROSSI: «Io vengo da una famiglia in cui nonni e zii praticavano l’arte della recitazione anche in maniera professionistica. Io non avevo il sacro fuoco. Mi è venuto dopo e mi viene ancora adesso. All’inizio avevo bisogno di emanciparmi dalla mia famiglia, di pagare un affitto, di guadagnare giocando».

GABANELLA: «Io vengo dallo sport agonistico, da una famiglia di non artisti. Per curare le ferite da agonista ho studiato psicologia. Quando ho iniziato psicoterapia il mio tutor mi ha consigliato di fare un corso di teatro perché molto creativa. Avevo già 26-27 anni. Insomma, se faccio l’attrice devo ringraziare o maledire lo psicologo».

Qual è la prova di attore di cui va più fiero? E quella che avrebbe potuto fare meglio?
ROSSI: «Io ho avuto grandi maestri e uno di questi, Enzo Jannacci, diceva: meglio un fiasco trionfale di un successo cordiale. Quando scommetti devi sapere perdere, anche rovinosamente, ma bisogna rialzarsi. Ecco perché è fondamentale la gavetta, cosa che oggi manca ai giovani. E comunque, quando mi si chiede qual è il mio spettacolo memorabile la mia risposta è sempre: il prossimo».

GABANELLA: «Anche io do la stessa risposta, ma per motivi diversi: la mia carriera non è così lunga come quella di Paolo».

Quando un attore si dirige è diverso rispetto a quando è diretto da altri?
ROSSI: «In quello che io credo sia il teatro contemporaneo insegno l’autogestione dell’attore. Questo vale anche per la drammaturgia. Io mi rifaccio a Shakespeare che scriveva il teatro facendosi aiutare dagli attori stessi. Quando scriveva sapeva già chi avrebbe interpretato quel ruolo, ma era normale che questa persona potesse correggere o suggerire delle battute. Sia nel teatro elisabettiano che nella nostra commedia dell’arte l’attore era anche autore. Se l’attore non era autore e non sapeva dirigersi era meglio facesse altro».

GABANELLA: «Io ho iniziato questo lavoro perché amavo a scuola il laboratorio di teatro, tirare fuori cose nuove, cercare angoli bui non ancora esplorati, adempiere richieste. Con Paolo è un lavoro diverso, è un lavoro di regia. Devo trovarmi un personaggio e scriverlo insieme a lui. Credo che il vero senso di questo mestiere sia questo. Parallelamente quando lavori al cinema, abituata a questa libertà, ti trovi costretta a retrocedere e affidarti totalmente alle mani di qualcun altro. Lavorare con Paolo rende registi».

ROSSI: «Quando ho iniziato il regista dava lo stile recitativo e si poteva parlare di teatro di regia, di cinema d’autore. Oggi nella media il regista di teatro è un arredatore e quello di cinema un bravo direttore della fotografia. Ma la profondità della recitazione non è approfondita da questi ruoli. Nel metodo che usiamo nel laboratorio nella stessa persona devono coesistere tre figure: l’attore, il personaggio e - la più importante - la persona, che detta le regole del gioco».

Chi è per voi l’attore per antonomasia?
ROSSI: «Non saprei dire che miti mi piacciono. Ma posso dire di avere imparato molto da attori che non sono diventati famosi, che hanno continuato a fare il loro lavoro senza essere mai saliti sul podio. In questo lavoro conta anche la fortuna. Posso però dire di avere condiviso il palco con attori e registi, figure ormai in via di estinzione: Dario Fo, Carlo Cecchi, Enzo Jannacci, Giorgio Strehler. Quando ho iniziato nel gruppo dei Comedians con me c’erano Claudio Bisio, Gabriele Salvatores, Gigio Alberti, Silvio Orlando. Diciamo che io ho avuto la fortuna di lavorare con attori per antonomasia e avendo avuto in regalo questa dote mi piace tramandarla attraverso i laboratori».

GABANELLA: «Ci sono attori che amo molto e a cui rubo, ma per potere rubare devi conoscere l’attore anche nella vita quotidiana. Io ne dico due: uno è Paolo, l’altra è Giuliana De Sio».
 

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