Gianni Ippoliti: «Ballavo con la Sandrelli e mi vollero in tv, creai “I soliti ignoti” ma la Rai lo ricomprò dall’estero...»
L’autore e conduttore racconta il suo legame con la Sardegna tra Gloria Guida e Grazia Deledda: «Vorrei portare il suo monologo nell’isola»
Oggi siamo abituati a una televisione che copia, e spesso male, dall’estero, ma un tempo la tv italiana era una fucina di idee e programmi. E lui, Gianni Ippoliti, televisivamente cresciuto tra l’Italia 1 di Roberto Giovalli e la Rai 3 di Angelo Guglielmi, era appunto uno dei creativi più prolifici. Dalla sua mente sono venuti fuori “Provini”, “Scene da un matrimonio” e - ma quella è una storia tra l’assurdo e il paradosso - “I soliti ignoti”.
Ippoliti, lei cosa voleva fare da grande?
«A me piacevano le edicole, mi piaceva aiutare l’edicolante. Volevo fare il giornalaio, non il giornalista».
Il primo palcoscenico?
«A 4 anni e mezzo alla festa patronale di Coazze, il paese dei miei nonni in provincia di Torino. A un certo punto sparii dalla vista dei miei genitori, mia madre disperata mi cercava, e ricomparvi sul palco a cantare “Papaveri e papere”. Quello fu il mio debutto».
I suoi idoli?
«Corrado. Mi piaceva tanto “La corrida”, che allora era radiofonica. Andavo a vedere la registrazione negli studi e chiedevo all’usciere di poter entrare. Lui, un giorno, di sua sponte, mi iscrisse per partecipare. Mi chiamarono e io, per quanto ignaro, andai. Mi spiegarono le cose, anche se in realtà sapevo già tutto. Feci le imitazioni di personaggi sportivi - fui il primo a farle, lo disse pure Corrado - e vinsi la puntata. Tra l’altro, Corrado fu l’autore del mio primo show da conduttore: “Il barattolo”».
Come arrivò in tv?
«Ero fresco di laurea. Una sera mi invitarono al mitico Jackie O’ e mi buttai in pista quasi da solo. Mi ritrovai a ballare per mezzora con Stefania Sandrelli. Mi vide Stefania Rotolo e si avvicinò: “Sei bravissimo, ho visto che parlavi anche con Corinne Clery. Visto che conosci tutte queste dive perché non vieni a Piccolo slam e ce le porti?”. Ragionai su come potessi portarle in tv e mi inventai il passaggio promozionale: andavo da tutte le attrici che avevano film o show in uscita: “Perché non vieni su Rai 1?”. Senza dire nulla agli agenti, andavo a prenderle in macchina. Portai Gloria Guida, Irene Papas, Grace Jones...».
Il successo arriverà qualche anno dopo con “Provini”.
«Lo facevo su Gbr, una rete romana. Io mi autofinanziavo, poi quando Craxi la comprò e la regalò ad Ania Pieroni andai da lei, che conoscevo da ragazzo, e le dissi: “Guarda, c’è questa trasmissione molto seguita...”. E lei, che su Gbr aveva sponsor come Fiuggi o Ferrovie dello Stato, mi liquidò: “Non posso darti neanche 20mila lire”. Deluso me ne tornai a casa».
E allora bussò a Italia1?
«No, la stessa sera una mia amica mi invitò al Matriciano. Avevo il morale a terra, ma all’ultimo presi la bici e andai. C’era un sacco di gente di televisione. A capo di una tavolata c’era Roberto Giovalli, ai tempi direttore delle reti Fininvest. Tutti mi chiedevano di “Provini”, lui si incuriosì e volle vedere una cassetta. L’indomani mi chiamò: “Quando vieni a Milano a firmare il contratto?”. Venne a prendermi con una utilitaria Giorgio Gori, allora suo vice, e firmai per Italia 1».
Nei suoi show ha lanciato diversi personaggi.
«Luca Laurenti, Sonia Grey, Carmen Di Pietro. Anche Isabella Ferrari. Tutti sono convinti che a scoprirla fu Boncompagni, ma lei iniziò con me a 15 anni a Rai sport».
C’era molta libertà nella tv di allora?
«Con Giovalli e Guglielmi avevi la possibilità di sperimentare. Ho avuto la grande occasione di fare tutta una puntata con l’inarrivabile Carmelo Bene: andai con la troupe a casa sua».
Come nacque “Scene da un matrimonio”?
«C’erano 44 gradi a Roma, passai davanti a una chiesa e c’erano la carrozza, i cavalli bianchi, gente in abito tutta sudata. Li capii che dovevamo fare “Scene da un matrimonio”. Il numero zero fu condotto da me, ma fu Berlusconi a dirmi: “Ippoliti, qua parliamo di sacro vincolo del matrimonio, lei è troppo dissacrante”. E fu scelto Davide Mengacci, che con i suoi completi grigi sembrava l’invitato perfetto».
Inventò anche “I soliti ignoti”, ma poi la Rai comprò il format dall’estero.
«Nel 1991 lavoravo a Rai 3 con Andrea Barbato ed Enrico Ameri. Avevo un mio segmento che si chiamava: guardare una persona e indovinare che lavoro fa. Lo feci quell’anno e poi stop perché Guglielmi voleva sempre cose nuove. Anni dopo mi chiama Baudo e mi dice la Rai vuole rifare quel mio vecchio quiz. Nessuno però si rifa sentire. Richiamo Pippo e lui: “parte fra 15 giorni con Frizzi”. Leggo il titolo: “I soliti ignoti”, tratto dal format Bbc Identity. In pratica, la Rai ha comprato una cosa già sua. A me dei soldi non interessa, ma mi piacerebbe venisse scritto: da un’idea di Gianni Ippoliti».
La sua ultima creazione?
«Torno su Rai 3 il 20 novembre con la terza edizione di “Genitori che fare”: un tentativo di fare ragionare i genitori sul loro ruolo».
Quanti Sanremo ha fatto?
«Quattro festival e sei dopofestival. Detengo ancora il record di ascolto: il 22 febbraio 1995 quando Baudo mi diede la linea facemmo 22 milioni e 500mila spettatori».
Chi sono stati i suoi grandi incontri?
«Corrado, Baudo, Stefania Rotolo. Ma mi piace ricordare anche Roberto Bolle, che venne in giuria alla prima edizione di “Ballando con le stelle” quando si ballava e basta. Io ero in gara e lui disse: “anche se ha fatto un ballo semplice, il portamento di Gianni è superiore a tutti”».
Un rimpianto?
«Essere stato colpito da una cordite l’anno scorso quando dovevo fare “Tale e quale show”. Avrei voluto dare di più. Feci bene solo Gianni Morandi: pensi che lui era convinto fossero sue immagini di repertorio».
Ippoliti e la Sardegna.
«La circumnavigazione dell’isola nel 1968 in gita scolastica. Un breve ma intenso fidanzamento con Gloria Guida, che conobbi a “Piccolo slam”. E poi un tascabile di Grazia Deledda che porto sempre con me. Il mio debutto a teatro fu all’Argentina con una sua novella, “Le scarpe”, regia di Gigi Proietti. Un testo stupendo che invito tutti a leggere. Anzi, posso approfittare di questa intervista?».
Certo.
«Vorrei tanto portare questo monologo in Sardegna».
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