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L'intervista

Anthony Peth: «La lunga battaglia contro il cancro mi ha fatto cambiare sguardo sulla vita»

di Alessandro Pirina
Anthony Peth: «La lunga battaglia contro il cancro mi ha fatto cambiare sguardo sulla vita»

Il conduttore televisivo originario di Uri si racconta nel libro “Le parole che servono” e annuncia un tour negli ospedali

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Quando è in tv o su un palco, il sorriso lo accompagna sempre. Eppure la sua vita non è stata tutta in discesa. A 15 anni Anthony Peth, conduttore tv originario di Uri, una carriera tra Rai, Mediaset e La7, ha iniziato la sua battaglia contro l’osteosarcoma, un raro tumore osseo. Una prova che ha segnato l’adolescenza e che, oggi, dopo averla superata, ha deciso di raccontare in un libro. “Le parole che servono” (Armando Editore), con la prefazione di Silvana Giacobini, è già sold out e in ristampa. Non una semplice autobiografia, ma quello che l’autore definisce un «vocabolario di vita».

Anthony, quando ha capito che raccontare la sua storia poteva diventare un modo per aiutare gli altri?
«Dopo l’ultimo follow-up, finalmente, si è concluso questo percorso: dopo vent’anni sono fuori pericolo. Ho capito che dovevo fare qualcosa. L’Associazione italiana studio osteosarcoma mi ha chiesto di diventare testimonial dopo la scomparsa di Gigi Proietti, che per anni le aveva dato voce. Ma più che un testimonial mi sento un testimone. Ho iniziato a portare la mia esperienza in tv, poi è arrivata l’ospitata alle Iene e ho deciso di scrivere un libro».

Ha scelto di raccontarsi attraverso 50 parole, anziché con una classica autobiografia.
«All’inizio avevo scritto un’autobiografia, ma non mi rappresentava. Ho preferito un vocabolario di 50 parole che raccontano la mia vita, dalla diagnosi alla vittoria. Parole che riguardano tutti, non solo chi ha a che fare con il cancro».

La malattia l’ha costretta ad affrontare sfide enormi in un’età in cui si dovrebbe pensare soltanto a coltivare i propri sogni. Quanto è cambiato il suo sguardo sulla vita?
«Completamente. Un’esperienza simile ti fa capire quali sono i veri problemi. Ogni giornata è un dono: la vita è imprevedibile e tutto può cambiare da un momento all’altro. Impari che le difficoltà quotidiane non sono insormontabili, perché una soluzione si trova».

Nel libro affronta il tema della fragilità. Perché è importante concedersi il diritto di avere paura e chiedere aiuto?
«Fragilità non significa debolezza, ma umanità. Non bisogna avere paura di piangere o mostrarsi in lacrime. Il dolore va vissuto e i sentimenti non vanno nascosti».

Quanto è stato difficile mostrare una parte così intima della sua storia?
«Quando i medici mi hanno detto che ero fuori pericolo, raccontarmi è venuto naturale».

Ora porta il suo messaggio negli ospedali.
«So cosa significa trascorrere gli anni più belli della giovinezza in una stanza d’ospedale, tra paura e speranza. Sono stato a Napoli, il 19 novembre sarò a Torin, poi andrò a Roma, Bologna, Milano, Padova, più avanti arriverò anche in Sardegna. Ora che sono guarito, sento il dovere morale di tornare in quei reparti, guardare negli occhi questi piccoli grandi guerrieri e i loro genitori e dire loro che non sono soli e che si può vincere. Non raccolgo fondi e non ho sponsor: lo faccio per riconoscenza verso questa seconda vita. Voglio portare un messaggio di speranza. È fondamentale affidarsi ai medici: la battaglia si vince insieme, pazienti, familiari e personale sanitario».

Se potesse incontrare l’Anthony quindicenne che ha ricevuto una diagnosi così difficile, cosa gli direbbe?
«Sono diventato grande e ho realizzato tutti i miei sogni. Ho costruito una carriera, con gli alti e bassi che fanno parte di ogni percorso, ma con una consapevolezza che resta: nel mondo c’è spazio per tutti».
 

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