Cinque secoli di lungo cammino, quattro fratelli di Desulo rinnovano il rito della transumanza
Con e figli e nipoti, riportano il gregge a casa attraverso le montagne. Un viaggio antico fatto di fatica, identità e memoria
Desulo Li potremmo definire gli ultimi transumanti resistenti. Sono i quattro fratelli Locci (Gianetto, Salvatore, Antonello e Massimo) di Desulo che, assieme a figli e nipoti, come ogni anno per l’estate riportano il gregge nei pascoli di montagna. Un dolce rientro a casa per la bella stagione che ha tutto un altro sapore rispetto a quando si fa il percorso inverso. La loro è un’azienda, o meglio, un ramo d’azienda che si sposta. Quasi cinquecento pecore – altrettante sono rimaste a Laconi – dal vello appena tagliato sono il capitale in movimento che procede veloce con il sole e con la pioggia. L’acquazzone questa volta è arrivato durante la pausa pranzo, quando si era già fatto il grosso del cammino e gli armenti si stavano per arrampicare nella Cossatzu Tascusì, la strada più alta della Sardegna.
Per i Locci, pastori di Desulo da generazioni, la transumanza dai pascoli invernali a quelli estivi, non è solo una necessità ma un credo. Un fatto culturale da portare avanti da trasmettere con forza e con il sorriso, nel nome dell’identità. Massimo Locci ha il passo da pastore ormai esperto ma anche velocità di pensiero e pensieri per niente banali.
«La transumanza è una cosa bellissima, un momento fondamentale per le comunità della montagna, perché grazie alla transumanza i nostri paesi sono cresciuti tantissimo, grazie alla transumanza c'è stato il confronto, lo scambio culturale. Noi siamo gli ultimi, però a me dispiace tantissimo perché io vorrei che questo rito, adesso possiamo chiamarlo rito, rimanesse per molto tempo, perché la transumanza è una cosa che ci è stata tramandata generazione e generazione, da padre in figlio. E anche noi stiamo cercando di trasmetterla ai figli e ai nipoti con gli stessi valori» racconta l’allevatore di 56 anni.
I giovani pastori parlano poco ma si danno da fare, procedono con passo spedito e un’energia tutta giovanile. Nicolò Peddio e Antonio Murgia sono essenziali nell’eloquio, la riservatezza è un valore tra i giovani studenti-pastori. «Anche se siamo giovani partecipiamo alla transumanza da diversi anni e lo facciamo sempre molto volentieri. È un momento che unisce tutta la famiglia. Si lavora, si cammina a lungo, ma è una bella festa» dicono sotto lo sguardo vigile di altri due cugini, Salvatore Locci e Sebastiano Murgia. L’analisi di Massimo Locci è precisa: «Ho avuto la fortuna di avere un padre che è morto a 90 anni e un nonno a 108 anni, entrambi pastori transumanti, che ci hanno coinvolto tramandandoci tutto questo».
Camminare, un passo dietro l’altro, fa sentire l’energia di questi territorio e delle montagne che lo circondano. «Bisogna camminare sempre, è l’unica via della salvezza per questa società secondo me – aggiunge Locci –. Quindi camminare è crescita, camminare è sviluppo, camminare è conoscenza, cultura, camminare è socializzazione e anche progredire. Poi, quello che si vede camminando non si vede con altri mezzi di locomozione».
A sostenerli in questo percorso fisico e mentale i vertici della Coldiretti provinciale, il direttore Alessandro Serra e il presidente Leonardo Salis, oltre ai tanti amici incontrati per strada. «Sulla transumanza si possono costruire diverse connessioni, dall’ambiente alla salvaguardia di un patrimonio immenso, dal cibo dalla cultura. Per cui quale migliore occasione per creare sinergia e costruire percorsi di aggregazione che possano portare avanti un mondo che oggi ha bisogno sempre più di sostegno e di rivalutare soprattutto queste aree impropriamente definite marginali, ma con un grosso potenziale, diverse possibilità di sviluppo» dice Serra. Al presidente Salis la transumanza rievoca una storia familiare: «I miei venivano da Orgosolo e sono arrivati a Dorgali in transumanza. Una pratica che abbiamo continuato a lungo perché era una necessità e ci consentiva di allungare la stagione andando a cercare pascolo in montagna dove c’era l’erba fresca».
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