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Imprese italiane sempre più grandi, 40 gruppi superano i 4 miliardi di fatturato: la classifica

Imprese italiane sempre più grandi, 40 gruppi superano i 4 miliardi di fatturato: la classifica

Industria e aziende familiari guidano la crescita, mentre restano deboli tecnologia e quotazioni in Borsa

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Roma L’Italia non è soltanto il Paese delle piccole e medie imprese. Accanto a un tessuto produttivo molto frammentato, esiste infatti un gruppo di aziende che ha raggiunto dimensioni tali da competere sui mercati europei e internazionali.

Una fotografia del capitalismo italiano realizzata da Kpmg e pubblicata dal Corriere della Sera mostra che sono 40 le società nazionali con ricavi superiori ai quattro miliardi di euro. Sulla base dei bilanci del 2024, il loro fatturato complessivo raggiunge i 688 miliardi.

Escludendo le imprese pubbliche, le banche e la grande distribuzione, restano 22 grandi gruppi privati, capaci di generare complessivamente 326 miliardi di euro. Molti sono ancora controllati dalle famiglie fondatrici, un elemento che continua a caratterizzare il sistema imprenditoriale italiano.

La graduatoria è guidata da Stellantis, con 156,8 miliardi di ricavi. Seguono, tra le altre, EssilorLuxottica con 26,5 miliardi, Ferrero con 19,3, Webuild con 11, Marcegaglia con 7,1, Cremonini e Arvedi, entrambe a quota 5,7 miliardi. Nel gruppo figurano anche marchi come Prada, Barilla, Mapei, Menarini, Buzzi e Danieli.

Il settore più rappresentato è quello dei beni industriali: nove delle 22 grandi società private producono insieme 213 miliardi di ricavi. I beni di consumo contano sette aziende e 71 miliardi di fatturato, mentre servizi e infrastrutture raggiungono 38 miliardi con cinque imprese. Molto più ridotto il peso di telecomunicazioni, media e tecnologia, comparto nel quale compare soltanto Esprinet, con 4,1 miliardi.

Un altro limite emerge dalla presenza in Borsa. Soltanto Prysmian, Esprinet e Pirelli sono quotate, a conferma della tradizionale cautela delle aziende italiane nei confronti dell’apertura del capitale a investitori esterni.

Alle spalle dei gruppi maggiori cresce però una seconda fascia di imprese, composta da 35 società con ricavi compresi tra due e quattro miliardi. Nel complesso valgono 98 miliardi e rappresentano, secondo Kpmg, i possibili grandi campioni del futuro.

Ne fanno parte Italpreziosi, che nel 2024 aveva raggiunto 3,9 miliardi e nel 2025 ha superato quota cinque, Brembo con 3,8 miliardi, Bolton e Oniverse con 3,5, De’ Longhi e Chiesi con 3,4, Lavazza con 3,3 e Moncler con 3,1. Nell’elenco compaiono anche Ariston, Amplifon, Giorgio Armani, Reply, Ima, Coesia, Amadori e Bracco. Tra queste aziende prevalgono i beni di consumo, con 15 società e 42 miliardi di ricavi. Seguono l’industria, l’energia, il settore tecnologico e infine i servizi e le infrastrutture.

Per Marco Perrone, partner di Kpmg, superare i quattro miliardi di fatturato significa raggiungere una massa critica sufficiente per investire di più, rafforzare il potere contrattuale, operare su mercati diversi e affrontare meglio le oscillazioni delle materie prime, dei tassi e dell’energia, oltre alle tensioni geopolitiche.

La crescita passa soprattutto dall’espansione internazionale, dal rafforzamento della struttura manageriale, dall’accesso ai capitali e dalle acquisizioni. Nel 2025 il mercato italiano delle fusioni e acquisizioni ha registrato circa 1.350 operazioni, per un controvalore superiore ai 70 miliardi di euro. Sempre più spesso le grandi aziende italiane partecipano come compratrici, anche in operazioni internazionali di dimensioni rilevanti.

Restano tuttavia due debolezze. La prima è la limitata presenza della nuova economia e delle grandi imprese tecnologiche. La seconda è lo scarso ricorso alla Borsa, spesso percepita dagli imprenditori come un rischio per il controllo societario e non più come il principale strumento per raccogliere capitali.

Secondo l’economista Innocenzo Cipolletta, presidente dell’Aifi, l’Italia dispone di aziende solide, ma ancora concentrate in settori maturi. La sfida sarà quindi costruire nuovi campioni tecnologici e creare le condizioni finanziarie necessarie per permettere alle imprese già affermate di compiere un ulteriore salto dimensionale.

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