Il vino rilancia Mamoiada e frena lo spopolamento
Boom del settore: 250 cantine e più di un milione di bottiglie
Mamoiada Trecentocinquanta ettari a vite, duecentocinquanta cantine, una produzione stimata in un milione e 300mila bottiglie, un giro d’affari di svariati milioni di euro. Sono i numeri del vino a Mamoiada, una economia in piena espansione, che dà lavoro a più di cento persone, ha favorito il ritorno in vigna di molti giovani, ed è linfa vitale per un paese che proietta ormai le sue produzioni sul mercato nazionale e internazionale. Soprattutto da quando Mamojà, l’associazione dei viticoltori costituitasi nel 2015, ne cura la promozione, la salvaguardia, la formazione e l’aggiornamento. Attualmente i soci sono 45. Fra questi, venticinque imbottigliano il loro vino e venti lo vendono sfuso.
Il presidente è Simone Sedilesu, laurea in viticoltura ed enologia, esperienze internazionali, terza generazione della dinastia che vede al vertice il nonno Giuseppe Sedilesu, fondatore insieme ai tre figli, Salvatore, Francesco e Antonietta, dell’omonima cantina al centro di Mamoiada. I tre fratelli hanno dato poi vita a una discendenza – attualmente sono 13 i nipoti di Giuseppe – pressoché tutta dedita alla viticoltura, con gemmazioni di diverse cantine indipendenti. Simone stesso, nel 2015 crea il marchio VikeVike, seguendo la filosofia secondo cui «il vino si fa prima di tutto in vigna, con grande attenzione a questa; in cantina è necessario solo guidarlo e non rovinarlo». E’ comunque Francesco Sedilesu, padre di Simone, che nel 2015 comprende l’urgenza di dare alla produzione vitivinicola di Mamoiada un assetto e una identità che la renda unica e riconoscibile sul mercato.
«Mio padre – dice Simone - ha puntato a raggruppare tutti i vignaioli di Mamoiada, e ha messo per iscritto quelle regole che erano sempre state tramandate per via orale, e che sono alla base della produzione del vino a Mamoiada». A iniziare dall’adozione in via esclusiva del metodo biologico, e dalla vinificazione mediante fermentazioni tutte spontanee, senza nessuna aggiunta di lieviti selezionati. Inoltre, il socio di Mamojà deve avere le vigne a Mamoiada, e deve risiedere nel paese. Con una possibilità, però, anche per coloro che arrivano da fuori, che devono prendere la residenza e partecipare alla vita attiva del paese per almeno tre anni. Perché il pilastro vero dell’associazione è quello della tutela e della promozione dell’identità e della cultura locale, partendo dalla vite e dal vino, ma estendendo lo sguardo al patrimonio gastronomico, ambientale, delle tradizioni. Sui 350 ettari vitati si produce soprattutto il cannonau (90%), ma da qualche tempo i soci di Mamojà vinificano anche la Granazza, un vitigno autoctono a bacca bianca, la cui superficie vitata è passata in meno di dieci anni da due a venti ettari. È così che nascono i vini sontuosi di Mamoiada, riconoscibili nella loro appartenenza territoriale, eppure unici a seconda della “Ghirada” – la zona in cui si trova il vigneto – dell’età della vigna, dell’esposizione, con altitudini medie intorno ai 730 metri sul livello del mare. Ma c’è dell’altro, perché «il vino qui – dicono i produttori di Mamojà - ha una valenza tutta particolare dal punto di vista sociale, culturale, religioso, ed è oggi il mezzo più importante per educare al rispetto ambientale, creare posti di lavoro, veicolare l’economia del territorio, combattere lo spopolamento che affligge le zone interne e l’intera isola».
Con Mamojà che assume un ruolo centrale nella promozione delle produzioni, partecipando ai più importanti eventi internazionali, a iniziare dal Vinitaly, svolgendo un ruolo attivo nella Federazione italiana vignaiolo indipendente, e organizzando frequenti visite di giornalisti della stampa internazionale specializzata. Come quella che si tiene una volta l'anno a metà maggio, il “Mamojàda Vives”, per l'assaggio delle nuove annate da parte di enologi e giornalisti di settore. Attività di promozione indispensabili, «perché i nostri mercati – aggiunge Simone Sedilesu – sono soprattutto quelli esteri. Gli Stati Uniti, ma anche il Nord Europa, i paesi scandinavi che ci danno grandi soddisfazioni, ed anche il mercato nazionale». E poi ci sarbbe il desiderio di aprirsi al mercato orientale, ancora tutto da scoprire, ma con interessanti prospettive di sviluppo. «Una cosa è certa – conclude Simone Sedilesu – lo scenario complessivo risulta molto incoraggiante per i nostri vini. Come Mamojà puntiamo a vendere magari meno bottiglie, privilegiando la qualità, e a collocarci in una fascia medio/alta di mercato. Questo ci consente di salvaguardare meglio la nostra specificità e la mostra tradizione enologica».
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