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Sassari

Il processo

Coniugi accusati di rubare alla Conad: «Ce lo ha chiesto il titolare»

di Nadia Cossu
Coniugi accusati di rubare alla Conad: «Ce lo ha chiesto il titolare»

La Procura chiede la condanna di marito e moglie di Alghero, imputati di furto aggravato. Loro si difendono: «Ingaggiati per testare il sistema antitaccheggio»

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Sassari Rubare al supermercato per verificare se l’antitaccheggio funziona, se le telecamere vedono tutto e se i dipendenti si accorgono di quello che succede tra gli scaffali.

È questa la versione che una coppia di coniugi, oggi di 69 e 67 anni, porta avanti da quando è finita a processo per una serie di presunti furti al Conad di Alghero. Non un colpo organizzato per riempire le borse della spesa – sostengono – ma una sorta di collaudo del sistema di sicurezza, che sarebbe stato addirittura autorizzato dal titolare del supermercato che avrebbe fatto sottoscrivere loro un contratto.

Una ricostruzione che l’imprenditore, costituitosi parte civile con l’avvocato Agostinangelo Marras, ha sempre respinto e che ha trasformato un procedimento per furto aggravato in una vicenda dai contorni decisamente insoliti. La Procura, alcuni giorni fa, ha chiesto la condanna dei coniugi a un anno e quattro mesi di reclusione, istanza alla quale si è associato anche l’avvocato Marras. Mentre la difesa, con l’avvocato Stefano Carboni, ha chiesto l’assoluzione sollevando questioni che riguardano sia la regolarità del procedimento sia la ricostruzione dei fatti. Il giudice ha rinviato a novembre per la sentenza.

La vicenda risale al periodo tra gennaio e aprile del 2021. Secondo l’accusa, marito e moglie avrebbero sottratto in diverse occasioni prodotti dagli scaffali del supermercato, tra cui articoli per l’igiene personale, carne, surgelati e verdura venduta a peso. La ricostruzione si basa anche sulle immagini delle telecamere di videosorveglianza, dalle quali sarebbero emersi comportamenti ripetuti. In alcune occasioni, secondo quanto contestato, la coppia avrebbe sfruttato i punti ciechi del sistema di ripresa, nascondendo la merce nelle borse e pagando alla cassa soltanto altri prodotti, con l’obiettivo di eludere i controlli.

In altri episodi, i due avrebbero estratto alcuni articoli dalle confezioni per poi abbandonare gli imballaggi Tra gli articoli che sarebbero stati portati via figurano anche deodoranti, shampoo e finocchi. Per la difesa si trattava di “sottrazioni simulate” e la merce sarebbe stata restituita. Una circostanza contestata dall’accusa, secondo cui i prodotti non sarebbero mai rientrati nella disponibilità del supermercato. La coppia sostiene invece che sarebbe stato proprio il titolare del supermercato a chiedere loro di effettuare quei furti per verificare il funzionamento dell’antitaccheggio, la copertura delle telecamere e la capacità del personale di accorgersi di eventuali ammanchi.

A sostegno della loro ricostruzione hanno prodotto un presunto contratto, recante il timbro aziendale e una firma attribuita al rappresentante legale. Quest’ultimo ha però disconosciuto il documento, negando di averlo mai redatto o sottoscritto. La battaglia processuale si è quindi spostata anche sull’autenticità della firma. Il perito nominato dal giudice ha concluso per la non autenticità della sottoscrizione, ma l’avvocato Carboni ha contestato le modalità con cui è stato svolto l’accertamento grafologico.

Nella memoria difensiva vengono ad esempio sollevati dubbi sulla scelta dei documenti utilizzati per il confronto: alcuni atti prodotti dalla parte civile sarebbero stati depositati oltre i termini stabiliti dal Tribunale e senza una specifica autorizzazione. La difesa lamenta inoltre che l’esperta non avrebbe acquisito un numero sufficiente di scritture provenienti da uffici pubblici e non avrebbe preso in considerazione alcuni materiali messi a disposizione dagli imputati. E poi ci sarebbe una questione preliminare: la presunta tardività della querela, presentata nell’agosto del 2021 «nonostante la direzione del supermercato – aggiunge il legale – fosse a conoscenza dei fatti tra marzo e maggio». Ora la parola definitiva passa al giudice.

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